Cercate nelle fiabe…

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oona patterson

Non cercate il mistero lontano da voi,

è nascosto nel sole che tramonta per sorgere di nuovo,

negli occhi dei vecchi che restano bambini,

nella treccia dorata dell’Amore,

lunga e sciolta per scalare le sue torri.

Non cercate i segreti su strade buie, tra parole difficili,

cercateli scolpiti sui muri o dipinti mille anni fa.

Cercateli nelle fiabe,

dove tutto ciò che è piombo

può ancora trasformarsi in oro.

Immagine di Oona Patterson
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Il corvo

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Posso solo dirti che il corvo è un simbolo della nigredo, l’opera al nero, quella fase in cui distruggere e lasciarsi distruggere sembra più giusto che tentare di costruire…”

 

(Mama Soup, La viaggiatrice di O – 2 – Nel labirinto)

La viaggiatrice di O-finale-B - Copia

Nelle leggende russe i corvi sono gli spiriti delle streghe.

Nella mitologia nordica, due corvi osservano il mondo e le sue follie con i loro piccoli occhi neri: sono Huginn e Muninn, Pensiero e Memoria, i corvi di Odino.

Per i celti il corvo è l’uccello che accompagna la dea Morrigan sul campo di battaglia, per raccogliere le anime dei guerrieri.

Il corvo è ambiguo, inquietante: goffo e altero, profeta di morte e di sventura e allo stesso tempo rivelatore dei misteri più profondi. Le sue ali un tempo furono bianche, ma Apollo, il dio del sole e della profezia a cui l’uccello era consacrato, lo punì per avergli portato una triste notizia e rese le sue penne color della notte.

In alchimia il corvo sta posato sul corpo esanime del Re: custodisce la putrefazione, la dolorosa metamorfosi, la sua trasformazione. È il signore scuro e alato che sovrintende alla Nigredo, alla Melancolia, che è al contempo la fine, il sepolcro, e il ventre materno e buio da cui deriva ogni inizio.

Quando la trasformazione sarà giunta al termine, quando ognuno di noi avrà attraversato perdite, sconfitte, dolore e paura, quando penseremo che tutto sia perduto e avremo rinunciato persino a noi stessi, solo allora il corvo, che un tempo era bianco e ora è nero, tornerà a essere candido e luminoso, per sancire la nostra vittoria.

Non tema sventura chi sente la sua voce, la sventura fa parte della vita, e il corvo non viene per fare paura, il corvo viene per insegnare a trovare quei doni che la sventura nasconde.

 

(La bellissima illustrazione è un particolare della copertina disegnata da Paolo Barbieri)

Il labirinto

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“Per entrare nel labirinto devi lasciare che il labirinto entri nella tua mente! Non è difficile, si trova già lì…”

 

(Kundo, La Viaggiatrice di O – 2 – Nel labirinto)

labirinto ch

Dov’è il vero labirinto?

Sotto i nostri piedi, nel marmo e nella pietra, nella penombra delle antiche mura di Notre Dame di Chartres oppure nella nostra mente?

Dov’è il labirinto, dentro o fuori?

Da migliaia di anni il labirinto si rincorre attraverso l’immaginario di ogni civiltà e religione: è il simbolo di chi cerca la strada della conoscenza, accettando il rischio di perdersi e anche quello di incontrare il Minotauro, il mostro che si nasconde dentro ognuno di noi.

I pellegrini che giungevano alla grande cattedrale lo percorrevano in ginocchio, meandro dopo meandro, pregando, perché al centro del labirinto era (ed è ancora…) custodito un fiore d’oro, fatto di verità e consapevolezza.

Se per sconfiggere il Minotauro ci vuole il coraggio di Teseo, per uscire dal labirinto ci vuole il gomitolo di Arianna, ma attenzione perché Arianna è anche Aracne, il ragno e la tessitrice. I loro nomi si richiamano per assonanza e il labirinto è allo stesso tempo una ragnatela, che può intrappolare per sempre chiunque non possieda un filo da seguire, tessuto di fede e amore.

La viaggiatrice di O – 2 – Nel labirinto

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def La viaggiatrice di O-cover

Su Amazon è già possibile prenotare l’ebook del secondo romanzo de La viaggiatrice di O – Nel labirinto!

L’uscita ufficiale è prevista per il 31 marzo… sotto il segno dell’ariete, combattivo e testardo!

La copertina, anche questa volta, l’ha disegnata il bravissimo Paolo Barbieri che ringrazio…

Link per la prenotazione:

http://www.amazon.it/gp/product/B01CAQ9I72?redirect=true&ref_=s9_simh_gw_p351_d0_i1

 

La viaggiatrice di O – 2 – Nel labirinto

Una città nella città, nascosta tra i palazzi, tra i negozi e le strade trafficate di Torino: è la città dei maghi e delle streghe viaggianti di O. Gala vive qui: è una strega di quindici anni pigra ed egocentrica, dotata di un grande potere che ancora non conosce fino in fondo. Viaggia nel tempo per difendere dai negromanti le opere d’arte che custodiscono i segreti magici e la conoscenza. Kundo è il suo maestro, un vecchio monaco medievale, irascibile e dotto, messo a riposo per un oscuro sospetto che grava su di lui. La missione che viene loro affidata è estremamente pericolosa: salvare la grande cattedrale di Notre Dame di Chartres dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Da qui il viaggio li porterà molto oltre i confini del tempo e dello spazio: nella terra delle fate, dove tutto è ambiguo e non è facile distinguere il bene dal male, né scegliere da che parte stare. Gala dovrà affrontare tutti i suoi incubi peggiori, imparare ad amare e anche a perdere chi ama. Dovrà discendere nel grande labirinto disegnato sul pavimento di Chartres e in quello più profondo della sua anima per trasformare il potere dell’oscurità in una nuova luce.

 

 

Udite udite…

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Cari tutti, amici e lettori,

la seconda avventura de La viaggiatrice di O uscirà dal mio computer e si piazzerà sugli scaffali di Amazon subito dopo le vacanze di Natale in formato ebook! In effetti Gala non ne può più di restare chiusa tra i miei file e penso che potrebbe far impazzire il mio pc se aspetterò ancora…

Nel nome di Faust

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Filippo_Lippi_-_Le_Banquet_d'Hérode

Immaginate un fiume, immenso, travolgente. Diretto verso rapide maestose, che si gettano in un mare senza fine. Ecco, quando si muore è questo che succede. Niente luce in fondo al tunnel, niente angelo della morte o vecchio nonno che ci viene incontro. Solo la Corrente. Talmente forte da annullare qualsiasi volontà e, soprattutto, qualsiasi identità. Ma anche la Corrente ha i suoi punti deboli, anche la Corrente a volte lascia indietro qualcuno, quelli che la gente chiama spettri. Ce ne sono di due categorie: i Perduti, che infestano la mente di quelli che hanno amato peggio di uno stalker, e i Rabbiosi, legati dal rancore e dal desiderio di vendetta. Poi ci sono io. Quelli come me ormai sono rari e non so se devo esserne fiero o vergognarmene. Noi siamo i frutti della presunzione. Siamo i maghi falliti, gli alchimisti, i seguaci di Ermete. Coloro che hanno cercato e non hanno trovato.
Capisco, sono parole che fanno sorridere, io stesso le deridevo quando ancora credevo solo in ciò che già conoscevo. Sono parole antiche, alcune sono ricoperte di secoli di infamia, altre sembrano uscite da un libro per ragazzini; ma la polvere e le favole non impediscono loro di essere vere… e potenti.
Io sono stato un cabalista. Un filosofo. Un artista. Peccato che la mia opera sia riuscita solo a metà. E come lei, anche io sono rimasto fermo qui: a metà strada da ogni luogo.
Avevo ventiquattro anni quando sono morto, e ancora adesso è questa l’età che preferisco indossare. Si tratta di abitudine, probabilmente, o forse non ho abbastanza nostalgia della mia infanzia per desiderare di tornare a essere un bambino. Ho conosciuto uno, una volta, che era morto a più di novant’anni eppure si aggirava per la città con l’aspetto di un bambino di otto. L’ho trovato patetico. E poi da bambino, come pure dopo, io ero davvero uno sfigato. Ho recuperato alla grande durante l’ultimo anno della mia vita, ho provato tutto quello che è degno di essere vissuto (e forse anche qualcosa di indegno…) e non ho rimpianti. Rimorsi una buona dose, ma rimpianti, nemmeno quelli che sarebbe stato meglio avere.
I miei guai sono cominciati un giorno di maggio del 1999. Che strano, anche da morti i ricordi hanno la facoltà di sembrare lontani come se non fossero mai accaduti e, allo stesso tempo, vicini come se si potessero toccare. Era primavera, era pomeriggio, c’era il sole. Camminavo sotto i portici per andare all’università. Avevo fame e sete, e non solo di cibo. Credo che fu questo a portarla da me, a chiamarla.
I miei guai sono cominciati quando l’ho incontrata. Non è mai saggio fare un patto col diavolo. Ma ancora meno lo è innamorarsi del diavolo al quale si è venduta la propria anima. Non poteva finire bene, sono morto, ma questa non è la cosa peggiore che poteva accadere.
Il fatto è che era bella. Terribilmente.
La mie mente volò a Filippo Lippi, il frate pittore che si innamorò della suora che gli faceva da modella. All’università studiavo arte, oltre a una sfilza di altre materie inutili, e quando la vidi mi sembrò appena uscita da un suo dipinto, in tutta la sua pura eleganza di madonna quattrocentesca, bionda, con la fronte alta e perfetta e gli occhi chiari e languidi che mi lessero dentro con una malizia che nessuna madonna potrebbe avere.
Mi chiese un biglietto per il tram, io salii con lei anche se dovevo andare dal lato opposto della città. Angela… Disse di chiamarsi così, e se ci penso ancora adesso, anche da qui, dalla mia misera condizione di relitto ai bordi della corrente, mi viene da ridere.
Era spiritosa Angela, arguta, intelligente e bellissima. L’ho già detto vero? Dopo due fermate sapevo di amarla e lei mi aveva già raccontato buona parte della sua vita inventata, poi era passata a spigarmi, attraverso alcuni paradossi di fisica quantistica, il mistero della creazione e la ragione per cui era del tutto insensato credere a un dio unico, padre e soprattutto buono.
Indossava una canottiera gialla, le spalline del suo reggiseno erano rosa. È chiaro come io già da un pezzo non capissi più nulla di quel che diceva, non ero mai stato particolarmente religioso, ma a quel punto, se lei lo avesse voluto, sarei divenuto l’ateo più convinto dai tempi dell’illuminismo francese.
Abitava in periferia, scesi con lei, salii le scale di casa sua seguendo la sua voce, perché la sua voce era una specie di canto e mi penetrava nel cervello.
“Tu sei un alchimista vero?”
Mi stava porgendo una tazza di te, mentre ero seduto sul bordo del suo letto.
“Io… sono appassionato di studi ermetici, desidero conoscere i segreti dell’universo” le risposi con l’enfasi di chi vuole far colpo “ma tu…” Come diavolo fai a saperlo? Volevo chiederglielo, davvero, ma in quel momento mi baciò, e la sua lingua morbida nella mia bocca azzerò ogni residuo di consapevolezza.
“Desideri conoscere i segreti dell’universo, e poi dimmi… cosa desideri?”
“Te…”
“Solo me?”
“Sì… ti desidero da morire”
“E allora mi avrai e morirai… tra un anno esatto… e la tua anima sarà mia, ma fino a quel momento ti darò tutta la conoscenza e il piacere che desideri… ”
Ecco fatto. Tutta la conoscenza e tanto di quel piacere che difficilmente qualcuno potrebbe criticare la mia scelta. Il problema è che conoscenza e piacere sono per certi versi inconciliabili. Più capivo i segreti del mondo, più capivo in quale guaio mi ero cacciato e quale misero destino mi attendeva: le anime si sciolgono nella Corrente, ma chi l’anima non ce l’ha non è che il guscio vuoto di una conchiglia che si frange sugli scogli.
Angela era bella e continuava a stordirmi, ma durante gli ultimi giorni della mia vita le scorsi nello sguardo un barlume di pietà nei miei confronti, forse persino un pizzico di rammarico.
“Non c’è nulla che potrei darti al posto della mia anima? Credo che, in fondo, l’anima potrebbe servirmi, nell’aldilà più ancora che nell’aldiqua…”
“Guarda…” disse sfilando da sotto la maglietta una lunga collana di perle bianche “Questa è la mia collezione, sono le mie anime… vedi questa?” disse prendendone una tra le dita lunghe e sottili.Io annuii trattenendo il fiato. “È lui, è Filippo, Filippo Lippi… Lo so che tu lo avevi capito subito… Anche lui mi amava… ma tu sei molto più intelligente, per questo mi spiace un po’…”.
Deglutii la saliva.
“Almeno lasciami diventare vecchio! Lui non lo hai ucciso dopo solo un anno”. Stavo cercando di contrattare, ero alla frutta.
“Lui era un pittore, non un alchimista, se ti lasciassi tutto quel tempo tu capiresti il senso di ciò che ti ho insegnato e mi sfuggiresti…” Rimase in silenzio, si era accorta che aveva detto troppo, e io ora sapevo che esisteva una possibilità di salvezza.
Angela infilò la sua mano fresca sotto la mia camicia e mi carezzò il petto lentamente.
“Tra una settimana morirai, non sprecare il tempo che ti rimane… godi di me finché hai respiro…”
E io godetti, anche questa volta, ripetutamente, ma quando lei si addormentò sfinita e sazia, pregustando la sua vittoria, fuggii a gambe levate.
Mi nascosi nel posto più ovvio, in chiesa, come un umile fedele superstizioso. Era una chiesa orrenda, vicina all’appartamento della mia aguzzina, in un piazzale che sembrava un posteggio, con un’architettura moderna che offendeva gli occhi, a metà tra un capannone industriale e un’astronave. Mi rannicchiai dietro l’altare, sotto una piccola volta decorata di un cielo azzurro gremito di nuvolette e putti inneggianti.
Angela mi aveva dato la conoscenza, stava a me capire come usarla, ero un alchimista dovevo trasformare il piombo in oro. Forza, forza, forza, come si poteva fare?
Alle mie spalle pendeva un enorme, inquietante, crocifisso.
Guardai la croce: le braccia orizzontali, simbolo della Terra, della realtà, attraversate dall’asta verticale, il Cielo, la Corrente, l’eternità. Una sola cosa. Il segreto di tutto era un uomo che moriva schiacciato tra la terra e il cielo e annullava entrambi, rinascendo dio, trasformandosi in oro puro.
Lo ammetto, ciò che ho fatto è stato rudimentale e goffo, persino blasfemo. In realtà è stato soprattutto incompleto, ma ero disperato e ho improvvisato come potevo. Ho staccato la croce dal soffitto, poi ho fatto leva con lo schienale di una panca e ho divelto la statua di Cristo. A quel punto veniva la parte più difficile. Mi sono legato al crocifisso e sono sprofondato in una profonda meditazione.
A metà della notte faceva molto freddo, ma io non sentivo più nulla, e non mi trovavo già più lì quando arrivò lei. Era furiosa e bellissima, con i capelli sciolti e un abito corto, rosso, scollato. Se fossi stato ancora abbastanza cosciente da vederla arrivare, forse le avrei consegnato io stesso la mia anima, in cambio di un ultimo viaggio tra quelle gambe… per fortuna invece ero quasi morto. Quasi.
Angela diede un pugno sull’altare, poi ringhiò; doveva decidere cosa fare di me e giocava nervosamente con la sua collana.
“Bella situazione da schifo… mi hai fregata, se ti tiro giù dalla croce, vivo o morto, tu completi il tuo rito del cavolo e ti salvi l’anima… Ma c’è un’altra soluzione sai? Un po’ crudele, forse, ma io sono un diavolo, o te ne eri scordato?”
Angela sorrise, sadicamente, con quel suo sorriso di miele. Poi schioccò le dita e il mio corpo si tramutò in marmo: fu così che morii, senza nemmeno rendermene conto.
Schioccò le dita una seconda volta e il mostruoso idolo formato dalla croce e dalle mie spoglie pietrificate si sollevò e andò a collocarsi esattamente al suo posto, sopra l’altare.
Con l’ultimo schiocco Angela ripulì ogni cosa, poi mi guardò perché sapeva che in quel momento, con gli invisibili occhi di uno spettro, io la stavo seguendo mentre andava via.
Fu così che restai “sospeso”, e non solo metaforicamente, destinato a sorbirmi infinti rosari e prediche inutili, matrimoni e funerali, bestemmie e preghiere.
Sospeso e in attesa.
Fino ad oggi, nessuno si è ancora accorto di quanto è accaduto. Nessun fedele si è accorto che le mie spoglie non sono l’immagine del suo dio. Nessuno ha notato la differenza, nemmeno il vescovo in persona.
Quanto a lei, dopo tanti anni viene ancora a trovarmi, non so se lo faccia per pietà, per vendetta o solo per controllare che nessuno mi abbia liberato dalla mia croce: indossa sempre la stessa camicetta a fiori semi trasparente, e si siede nel primo banco per lasciarmi ammirare la scollatura.
Il prete le sorride dal pulpito, crede che sia innamorata di lui e la sua anima, ormai lo do per certo, sarà la prossima perla su di una lunga collana.

L’albero della conoscenza

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progenitori

L’essere umano scoprì il senso del bene e del male: era curioso, era ambizioso, voleva scoprire il segreto di Dio. Fu così divenne veramente uomo, che abbandonò l’innocenza crudele degli animali e iniziò a capire.

La prima emozione che provò, forte e dirompente, fu la vergogna. E anche la vergogna lo rese uomo. Si vergognò di se stesso, del suo essere verme nudo che desidera le stelle. Si vergognò di aver tradito, di essere piccolo e meschino, di fronte alla grandezza dell’universo e di Dio.

L’essere umano scoprì il bene e il male, seppe com’era bello il bene e com’era attraente il male. Seppe di essere impregnato di entrambi e iniziò a divincolarsi, folle e sperduto, cercando di districare inestricabili matasse.

Conoscenza, ambizione, vergogna. Ecco cosa ci rende umani.

Dov’è ora la vergogna? Dov’è il pudore?

Non abbiamo smesso di desiderare né di conoscere, ma ci siamo assuefatti al male, tanto da non provare più nulla quando ci immergiamo in esso.

Quando un bambino fa qualcosa di sbagliato ha due reazioni possibili, o confessa, subito, prima ancora di essere scoperto, oppure nega, nasconde, mente. La prima reazione esprime il suo desiderio di pulirsi, di lavare via il male commesso, e di essere abbracciato e accettato nonostante questo. La seconda reazione dimostra il pudore e la vergogna. Dimostra la consapevolezza dell’errore ancora più della prima. So di aver sbagliato. So che non sono riuscito a resistere al desiderio, alla tentazione, al fascino del  male, ma mi vergogno. Mi vergogno e resto umano.

Sono intelligente, sono fragile, vibro insieme alle azioni che faccio, in suoni puri e in altri sporchi, e ne sono consapevole. E mi vergogno.

Cosa resta di noi quando smettiamo di avere pudore e di vergognarci? Resta una creatura tronfia e stupida, senza possibilità di imparare dai propri errori, senza coscienza, senza intelligenza, senza conoscenza.

Perché conoscenza e vergogna sono una cosa sola, fin da quel primo antico gesto nascosto nel mito.

Non esiste l’una senza l’altra. E noi lo abbiamo dimenticato.

Il ragazzino che copia dal compagno e cambia le parole, lo fa per ingannare l’insegnante, per non essere scoperto, fa una cosa sbagliata, ma ha pudore, teme di essere scoperto, applica la sua intelligenza.

Il ragazzino che copia dal compagno e non fa neppure la fatica di cercare nuove parole… quello non ha speranza, né intelligenza, né pudore. Quello è il ragazzino che l’insegnante dovrà cercare, dovrà raggiungere e risvegliare.

Non ho paura di chi sbaglia, di chi mente, di chi soffre sbagliando.

Ho paura della superficialità del male. Della sua normalità. Ho paura di chi non ha pudore e non si vergogna, di chi crede che tutto sia permesso. Perché non ha perso solo un paradiso terrestre forse troppo noioso, ma ha perso il senso di questo mondo e il senso stesso del suo essere umano.

L’amore

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Questa notte il mio vecchio cane è venuto da me. Mi ha poggiato la testa sulle ginocchia, come infinite volte ha fatto, e ha guaito felice, mentre io ho sprofondato le mani nel suo pelo, e ho accarezzato il suo corpo caldo.

Questa notte io dormivo, ma il mio cuore raccoglieva giornate di sole rimaste nel vento e la mia anima si riempiva d’amore come una vecchia ciotola di legno.

L’amore disegna i tratti del tuo viso, ne scava le rughe, ne esalta il sorriso. L’amore ti scorre nelle vene insieme al sangue, diventa parte delle tue cellule, dei tuoi nervi, delle ossa.

L’amore dalle mille vesti.

L’amore di ogni istante, che muta, che pesa, che dura. Va ancora più a fondo, oltre il corpo e i ricordi, scende fino a ciò che sei, e ti plasma l’anima a martellate come uno scultore, la incide di segni, le dà l’unica forma che rimane.

Perché l’amore è eterno.

E quella che io sarò quando le danze saranno finite dipenderà solo dall’amore che ho provato, coltivato, regalato. Sarò un angelo o forse uno spettro.

La mia anima aleggerà intatta, sopra le dita magre della morte, e tornerà nei sogni di chi mi ha vissuto, come un vecchio, grosso cane, per farsi ancora accarezzare.

Tutti i nostri Santi

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C’erano una volta i Lari, gli spiriti degli antenati, i protettori del focolare.
C’erano una volta le radici, che sprofondavano nel terreno e si nutrivano di terra fatta di resti di altre radici.
C’era una volta la mano, che ne stringeva altre, attraverso lo spazio e attraverso il tempo.
C’erano le famiglie che rosicchiavano castagne, c’erano i vecchi e i bambini, mentre l’autunno sospendeva lo scorrere dei giorni e regalava un momento, uno solo, per abbracciare presente, passato e futuro.
Chi va avanti non può permettersi di voltarsi indietro, di gingillarsi con i ricordi, di accarezzare la morte e svanire nel suo fascino dolce, nel suo profumo di fiori recisi.
Chi va avanti deve essere spietato e indifferente, per poter gioire di ciò che ancora lo aspetta, per poter respirare senza pensare a quando di respiro non ce ne sarà più. È per questo che solo due giorni, due soli in tutto l’anno, sono stati dedicati alle ombre, perché noi stessi siamo già ombre ma non vogliamo vederlo, perché abbiamo bisogno del nostro passato, ma non possiamo rimanervi imbrigliati. Perché abbiamo infinito amore e paura infinita.
Il velo è abbassato, spiriti e folletti mi danzano intorno. Le mie nonne mi cantano la vita. I miei avi sorridono con volti di mille colori e mani spesse e forti, mani strette alle mie, mani che sono dentro le mie, e in quelle di mia figlia, che camminerà sul mondo portandoci con sé.