Archivi categoria: Simboli e conoscenza

Il rito e la scelta

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yoruba

Il rito della buona notte. Il rito del caffè. Il rito del sabato sera. Oppure quello dei festeggiamenti: il Natale, il compleanno, la Pasqua, Halloween . Il rito religioso, quello civile…
L’etimologia dice che la parola rito ha origine dal greco e significa numero, misura, ordine stabilito dagli dei. Un ordine che era anche un dono, perché i riti servivano ad aiutare gli esseri umani, ad accompagnarli e sostenerli.
Fin da quando nasce un bambino impariamo l’importanza di dargli delle regole, delle abitudini, che si travestono da piccoli riti. E impariamo che le abitudini rassicurano, cacciano la paura, aiutano a crescere.
Un tempo tutta la vita degli esseri umani era scandita dai riti, avvolti dalla sacralità. E questi riti imbrigliavano e sostenevano allo stesso tempo. Le feste erano un modo gioioso di percorrere le difficoltà della vita e superarle: il battesimo sanciva l’ingresso di un nuovo essere vivente in una comunità, il matrimonio onorava l’impegno e la fatica di una vita di condivisione, i funerali celebravano un addio.
Oggi poco è rimasto dei riti. Quando siamo fortunati restano i loro involucri esteriori e va bene, perché anche così il rito riesce a sortire i suoi effetti. Non serve essere credenti per percepire l’effetto del Natale o della Pasqua, il loro potere atavico sulla psiche umana anche se indebolito riesce ancora a toccarne le corde. Ma nella maggioranza dei casi dal rito si scappa, si fugge, ci si libera. Perché il rito spinge inesorabilmente a crescere, a impegnarsi, a soffrire. Stringe la pelle con nodi dolorosi. La segna con le lame affilate della tribù Yoruba che scarnificano la carne e lasciano cicatrici a ricordarci la forza e il coraggio. Perché ogni rito è un rito di passaggio, d’iniziazione, e ogni inizio prevede una fine, una rinuncia. E noi non sappiamo più rinunciare. Rinunciare all’infanzia, poi all’adolescenza, alla giovinezza, alle sue infinite possibilità. Non sappiamo più scegliere, perché siamo soli, senza il rito che ci sostenga. È un circolo vizioso: abbiamo paura delle prove che ci mette davanti il rito, ma senza prove da superare non ci può essere evoluzione. Non ci trasformeremo in re e regine, ma resteremo larve disperate; nessun finale per la fiaba, tanto meno un lieto fine.
Non priviamo i nostri figli delle difficoltà, degli esami, delle conquiste e delle sconfitte. Diamo loro dei limiti da superare e altri da rispettare. E festeggiamo insieme le vittorie, ma soprattutto gli inizi delle loro battaglie. Perché così saremo testimoni del loro impegno e il nostro sguardo su di loro li aiuterà a mantenersi dritti e il loro manterrà dritti noi. Diamo valore alle promesse, alle scelte, alla rinuncia.
Festeggiamo ciò che vinciamo perdendo tutto il resto.
Ricordati di santificare le feste.
Dimentichiamo per qualche istante il nostro scetticismo, chiudiamo in libreria l’enciclopedia e Diderot e ricordiamoci di scandire il tempo in danze, lacrime, risate e attesa. Sospendiamo il giudizio, e lasciamo brillare le vesti dorate degli angeli senza strappar loro le ali. Ci staranno accanto mentre rincorriamo il tempo nel suo girotondo, ci daranno il ritmo per non inciampare, per assorbirne meglio il senso e il sapore.
Ricordiamoci di salutare e andare avanti. Senza rimpianti, perché la vita è questa.

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Il corvo

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Posso solo dirti che il corvo è un simbolo della nigredo, l’opera al nero, quella fase in cui distruggere e lasciarsi distruggere sembra più giusto che tentare di costruire…”

 

(Mama Soup, La viaggiatrice di O – 2 – Nel labirinto)

La viaggiatrice di O-finale-B - Copia

Nelle leggende russe i corvi sono gli spiriti delle streghe.

Nella mitologia nordica, due corvi osservano il mondo e le sue follie con i loro piccoli occhi neri: sono Huginn e Muninn, Pensiero e Memoria, i corvi di Odino.

Per i celti il corvo è l’uccello che accompagna la dea Morrigan sul campo di battaglia, per raccogliere le anime dei guerrieri.

Il corvo è ambiguo, inquietante: goffo e altero, profeta di morte e di sventura e allo stesso tempo rivelatore dei misteri più profondi. Le sue ali un tempo furono bianche, ma Apollo, il dio del sole e della profezia a cui l’uccello era consacrato, lo punì per avergli portato una triste notizia e rese le sue penne color della notte.

In alchimia il corvo sta posato sul corpo esanime del Re: custodisce la putrefazione, la dolorosa metamorfosi, la sua trasformazione. È il signore scuro e alato che sovrintende alla Nigredo, alla Melancolia, che è al contempo la fine, il sepolcro, e il ventre materno e buio da cui deriva ogni inizio.

Quando la trasformazione sarà giunta al termine, quando ognuno di noi avrà attraversato perdite, sconfitte, dolore e paura, quando penseremo che tutto sia perduto e avremo rinunciato persino a noi stessi, solo allora il corvo, che un tempo era bianco e ora è nero, tornerà a essere candido e luminoso, per sancire la nostra vittoria.

Non tema sventura chi sente la sua voce, la sventura fa parte della vita, e il corvo non viene per fare paura, il corvo viene per insegnare a trovare quei doni che la sventura nasconde.

 

(La bellissima illustrazione è un particolare della copertina disegnata da Paolo Barbieri)

Il labirinto

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“Per entrare nel labirinto devi lasciare che il labirinto entri nella tua mente! Non è difficile, si trova già lì…”

 

(Kundo, La Viaggiatrice di O – 2 – Nel labirinto)

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Dov’è il vero labirinto?

Sotto i nostri piedi, nel marmo e nella pietra, nella penombra delle antiche mura di Notre Dame di Chartres oppure nella nostra mente?

Dov’è il labirinto, dentro o fuori?

Da migliaia di anni il labirinto si rincorre attraverso l’immaginario di ogni civiltà e religione: è il simbolo di chi cerca la strada della conoscenza, accettando il rischio di perdersi e anche quello di incontrare il Minotauro, il mostro che si nasconde dentro ognuno di noi.

I pellegrini che giungevano alla grande cattedrale lo percorrevano in ginocchio, meandro dopo meandro, pregando, perché al centro del labirinto era (ed è ancora…) custodito un fiore d’oro, fatto di verità e consapevolezza.

Se per sconfiggere il Minotauro ci vuole il coraggio di Teseo, per uscire dal labirinto ci vuole il gomitolo di Arianna, ma attenzione perché Arianna è anche Aracne, il ragno e la tessitrice. I loro nomi si richiamano per assonanza e il labirinto è allo stesso tempo una ragnatela, che può intrappolare per sempre chiunque non possieda un filo da seguire, tessuto di fede e amore.