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Nel nome di Faust

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Filippo_Lippi_-_Le_Banquet_d'Hérode

Immaginate un fiume, immenso, travolgente. Diretto verso rapide maestose, che si gettano in un mare senza fine. Ecco, quando si muore è questo che succede. Niente luce in fondo al tunnel, niente angelo della morte o vecchio nonno che ci viene incontro. Solo la Corrente. Talmente forte da annullare qualsiasi volontà e, soprattutto, qualsiasi identità. Ma anche la Corrente ha i suoi punti deboli, anche la Corrente a volte lascia indietro qualcuno, quelli che la gente chiama spettri. Ce ne sono di due categorie: i Perduti, che infestano la mente di quelli che hanno amato peggio di uno stalker, e i Rabbiosi, legati dal rancore e dal desiderio di vendetta. Poi ci sono io. Quelli come me ormai sono rari e non so se devo esserne fiero o vergognarmene. Noi siamo i frutti della presunzione. Siamo i maghi falliti, gli alchimisti, i seguaci di Ermete. Coloro che hanno cercato e non hanno trovato.
Capisco, sono parole che fanno sorridere, io stesso le deridevo quando ancora credevo solo in ciò che già conoscevo. Sono parole antiche, alcune sono ricoperte di secoli di infamia, altre sembrano uscite da un libro per ragazzini; ma la polvere e le favole non impediscono loro di essere vere… e potenti.
Io sono stato un cabalista. Un filosofo. Un artista. Peccato che la mia opera sia riuscita solo a metà. E come lei, anche io sono rimasto fermo qui: a metà strada da ogni luogo.
Avevo ventiquattro anni quando sono morto, e ancora adesso è questa l’età che preferisco indossare. Si tratta di abitudine, probabilmente, o forse non ho abbastanza nostalgia della mia infanzia per desiderare di tornare a essere un bambino. Ho conosciuto uno, una volta, che era morto a più di novant’anni eppure si aggirava per la città con l’aspetto di un bambino di otto. L’ho trovato patetico. E poi da bambino, come pure dopo, io ero davvero uno sfigato. Ho recuperato alla grande durante l’ultimo anno della mia vita, ho provato tutto quello che è degno di essere vissuto (e forse anche qualcosa di indegno…) e non ho rimpianti. Rimorsi una buona dose, ma rimpianti, nemmeno quelli che sarebbe stato meglio avere.
I miei guai sono cominciati un giorno di maggio del 1999. Che strano, anche da morti i ricordi hanno la facoltà di sembrare lontani come se non fossero mai accaduti e, allo stesso tempo, vicini come se si potessero toccare. Era primavera, era pomeriggio, c’era il sole. Camminavo sotto i portici per andare all’università. Avevo fame e sete, e non solo di cibo. Credo che fu questo a portarla da me, a chiamarla.
I miei guai sono cominciati quando l’ho incontrata. Non è mai saggio fare un patto col diavolo. Ma ancora meno lo è innamorarsi del diavolo al quale si è venduta la propria anima. Non poteva finire bene, sono morto, ma questa non è la cosa peggiore che poteva accadere.
Il fatto è che era bella. Terribilmente.
La mie mente volò a Filippo Lippi, il frate pittore che si innamorò della suora che gli faceva da modella. All’università studiavo arte, oltre a una sfilza di altre materie inutili, e quando la vidi mi sembrò appena uscita da un suo dipinto, in tutta la sua pura eleganza di madonna quattrocentesca, bionda, con la fronte alta e perfetta e gli occhi chiari e languidi che mi lessero dentro con una malizia che nessuna madonna potrebbe avere.
Mi chiese un biglietto per il tram, io salii con lei anche se dovevo andare dal lato opposto della città. Angela… Disse di chiamarsi così, e se ci penso ancora adesso, anche da qui, dalla mia misera condizione di relitto ai bordi della corrente, mi viene da ridere.
Era spiritosa Angela, arguta, intelligente e bellissima. L’ho già detto vero? Dopo due fermate sapevo di amarla e lei mi aveva già raccontato buona parte della sua vita inventata, poi era passata a spigarmi, attraverso alcuni paradossi di fisica quantistica, il mistero della creazione e la ragione per cui era del tutto insensato credere a un dio unico, padre e soprattutto buono.
Indossava una canottiera gialla, le spalline del suo reggiseno erano rosa. È chiaro come io già da un pezzo non capissi più nulla di quel che diceva, non ero mai stato particolarmente religioso, ma a quel punto, se lei lo avesse voluto, sarei divenuto l’ateo più convinto dai tempi dell’illuminismo francese.
Abitava in periferia, scesi con lei, salii le scale di casa sua seguendo la sua voce, perché la sua voce era una specie di canto e mi penetrava nel cervello.
“Tu sei un alchimista vero?”
Mi stava porgendo una tazza di te, mentre ero seduto sul bordo del suo letto.
“Io… sono appassionato di studi ermetici, desidero conoscere i segreti dell’universo” le risposi con l’enfasi di chi vuole far colpo “ma tu…” Come diavolo fai a saperlo? Volevo chiederglielo, davvero, ma in quel momento mi baciò, e la sua lingua morbida nella mia bocca azzerò ogni residuo di consapevolezza.
“Desideri conoscere i segreti dell’universo, e poi dimmi… cosa desideri?”
“Te…”
“Solo me?”
“Sì… ti desidero da morire”
“E allora mi avrai e morirai… tra un anno esatto… e la tua anima sarà mia, ma fino a quel momento ti darò tutta la conoscenza e il piacere che desideri… ”
Ecco fatto. Tutta la conoscenza e tanto di quel piacere che difficilmente qualcuno potrebbe criticare la mia scelta. Il problema è che conoscenza e piacere sono per certi versi inconciliabili. Più capivo i segreti del mondo, più capivo in quale guaio mi ero cacciato e quale misero destino mi attendeva: le anime si sciolgono nella Corrente, ma chi l’anima non ce l’ha non è che il guscio vuoto di una conchiglia che si frange sugli scogli.
Angela era bella e continuava a stordirmi, ma durante gli ultimi giorni della mia vita le scorsi nello sguardo un barlume di pietà nei miei confronti, forse persino un pizzico di rammarico.
“Non c’è nulla che potrei darti al posto della mia anima? Credo che, in fondo, l’anima potrebbe servirmi, nell’aldilà più ancora che nell’aldiqua…”
“Guarda…” disse sfilando da sotto la maglietta una lunga collana di perle bianche “Questa è la mia collezione, sono le mie anime… vedi questa?” disse prendendone una tra le dita lunghe e sottili.Io annuii trattenendo il fiato. “È lui, è Filippo, Filippo Lippi… Lo so che tu lo avevi capito subito… Anche lui mi amava… ma tu sei molto più intelligente, per questo mi spiace un po’…”.
Deglutii la saliva.
“Almeno lasciami diventare vecchio! Lui non lo hai ucciso dopo solo un anno”. Stavo cercando di contrattare, ero alla frutta.
“Lui era un pittore, non un alchimista, se ti lasciassi tutto quel tempo tu capiresti il senso di ciò che ti ho insegnato e mi sfuggiresti…” Rimase in silenzio, si era accorta che aveva detto troppo, e io ora sapevo che esisteva una possibilità di salvezza.
Angela infilò la sua mano fresca sotto la mia camicia e mi carezzò il petto lentamente.
“Tra una settimana morirai, non sprecare il tempo che ti rimane… godi di me finché hai respiro…”
E io godetti, anche questa volta, ripetutamente, ma quando lei si addormentò sfinita e sazia, pregustando la sua vittoria, fuggii a gambe levate.
Mi nascosi nel posto più ovvio, in chiesa, come un umile fedele superstizioso. Era una chiesa orrenda, vicina all’appartamento della mia aguzzina, in un piazzale che sembrava un posteggio, con un’architettura moderna che offendeva gli occhi, a metà tra un capannone industriale e un’astronave. Mi rannicchiai dietro l’altare, sotto una piccola volta decorata di un cielo azzurro gremito di nuvolette e putti inneggianti.
Angela mi aveva dato la conoscenza, stava a me capire come usarla, ero un alchimista dovevo trasformare il piombo in oro. Forza, forza, forza, come si poteva fare?
Alle mie spalle pendeva un enorme, inquietante, crocifisso.
Guardai la croce: le braccia orizzontali, simbolo della Terra, della realtà, attraversate dall’asta verticale, il Cielo, la Corrente, l’eternità. Una sola cosa. Il segreto di tutto era un uomo che moriva schiacciato tra la terra e il cielo e annullava entrambi, rinascendo dio, trasformandosi in oro puro.
Lo ammetto, ciò che ho fatto è stato rudimentale e goffo, persino blasfemo. In realtà è stato soprattutto incompleto, ma ero disperato e ho improvvisato come potevo. Ho staccato la croce dal soffitto, poi ho fatto leva con lo schienale di una panca e ho divelto la statua di Cristo. A quel punto veniva la parte più difficile. Mi sono legato al crocifisso e sono sprofondato in una profonda meditazione.
A metà della notte faceva molto freddo, ma io non sentivo più nulla, e non mi trovavo già più lì quando arrivò lei. Era furiosa e bellissima, con i capelli sciolti e un abito corto, rosso, scollato. Se fossi stato ancora abbastanza cosciente da vederla arrivare, forse le avrei consegnato io stesso la mia anima, in cambio di un ultimo viaggio tra quelle gambe… per fortuna invece ero quasi morto. Quasi.
Angela diede un pugno sull’altare, poi ringhiò; doveva decidere cosa fare di me e giocava nervosamente con la sua collana.
“Bella situazione da schifo… mi hai fregata, se ti tiro giù dalla croce, vivo o morto, tu completi il tuo rito del cavolo e ti salvi l’anima… Ma c’è un’altra soluzione sai? Un po’ crudele, forse, ma io sono un diavolo, o te ne eri scordato?”
Angela sorrise, sadicamente, con quel suo sorriso di miele. Poi schioccò le dita e il mio corpo si tramutò in marmo: fu così che morii, senza nemmeno rendermene conto.
Schioccò le dita una seconda volta e il mostruoso idolo formato dalla croce e dalle mie spoglie pietrificate si sollevò e andò a collocarsi esattamente al suo posto, sopra l’altare.
Con l’ultimo schiocco Angela ripulì ogni cosa, poi mi guardò perché sapeva che in quel momento, con gli invisibili occhi di uno spettro, io la stavo seguendo mentre andava via.
Fu così che restai “sospeso”, e non solo metaforicamente, destinato a sorbirmi infinti rosari e prediche inutili, matrimoni e funerali, bestemmie e preghiere.
Sospeso e in attesa.
Fino ad oggi, nessuno si è ancora accorto di quanto è accaduto. Nessun fedele si è accorto che le mie spoglie non sono l’immagine del suo dio. Nessuno ha notato la differenza, nemmeno il vescovo in persona.
Quanto a lei, dopo tanti anni viene ancora a trovarmi, non so se lo faccia per pietà, per vendetta o solo per controllare che nessuno mi abbia liberato dalla mia croce: indossa sempre la stessa camicetta a fiori semi trasparente, e si siede nel primo banco per lasciarmi ammirare la scollatura.
Il prete le sorride dal pulpito, crede che sia innamorata di lui e la sua anima, ormai lo do per certo, sarà la prossima perla su di una lunga collana.

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La Nave dei sogni – A Christmas Carol

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La Nave dei sogni – A Christmas Carol

Ho sempre odiato il Natale. No, la parola sempre non è esatta: odio il Natale da quando avevo cinque anni e, considerato il fatto che dei quattro Natali precedenti non ho alcun ricordo, per me è come se non ci fossero mai stati. Quel Natale mio padre se ne andò di casa. O meglio, se ne era già andato da più di un mese, ma fu la mattina di Natale che io me ne resi conto, quando vidi mia madre con gli occhi lucidi e le chiesi perché, e Brenda, mia sorella maggiore, mi diede una botta sulla schiena e mi insultò. Fu lei a dirmelo: papà si era trasferito in Brasile con la sua nuova fidanzata. Tanti saluti e tanti auguri a tutti.

Ora che di anni ne ho diciotto posso dire che le cose non sono migliorate. I miei Natali continuano a fare schifo, mia madre continua a piangere, per ragioni sempre legate a qualche uomo, e mia sorella continua ad insultarmi.

Eppure eccomi qui, a montare le luci sul mio vecchio albero di plastica lottando con un terribile raffreddore che insiste perché io mi infili sotto le coperte e me ne freghi del Santissimo Natale, delle palle di vetro e delle statuette polverose del presepe.

Il fatto è che non posso. Non posso, perché a un metro da me c’è Desy, che saltella e batte mentre le luci cambiano colore, e fa “Ohhh” ogni volta che tiro fuori una pallina dal suo imballo. Desy è l’ultima arrivata della famiglia. Ha tre anni, suo padre è ancora qui con noi, anche se qualcosa mi dice che non durerà per molto nemmeno lui.

Loro, i genitori, sono fuori naturalmente, sono a cena con gli amici. Un modo “giovane” di passare la vigilia. Anche Brenda è uscita, trenta secondi dopo che mia madre, chiudendo la porta, le dicesse di aiutarmi a prendermi cura della “Nana”. Brenda ha un fidanzato nuovo, che si pettina come uno di dei One Direction e si profuma come mia nonna di ottant’anni, sono sempre in giro, il che per me è una fortuna.

Desy ha un sorriso spaziale, quando sorride le sorride tutta la faccia, e fa dei trilli così acuti che sembra che tutta la casa rida insieme a lei. È una gran rottura di scatole, la più grande che avessi mai immaginato. Da quando è arrivata non c’è un attimo di pace, non per me almeno. Mia madre lavora e dice che è troppo stanca per badare a lei, mia sorella non c’è mai e così io vinco quotidianamente la compagnia della “Nana”.

Poteva andarmi peggio, Desy è una rottura, ma è anche la più simpatica della famiglia, di sicuro la più intelligente. Peccato per quel nome… ma mia madre non ha risparmiato nessuna di noi, la sua fantasia è pestilenziale come un’epidemia di varicella e lascia gli stessi segni indelebili: Brenda si chiama come la protagonista del telefilm che mia mamma guardava da ragazzina, io mi chiamo Diana, come la defunta principessa, e Desy… bè quello è stato un colpo di genio dell’ultimo istante, già perché mia madre credeva che questa volta avrebbe avuto un maschio e quindi aveva meditato mesi per ideare il bellissimo nome composito di Kevin Ronaldo; quando si è trovata davanti la terza femmina, ha dovuto improvvisare e ha tirato fuori Desy, che poi l’impiegato dell’anagrafe ha pensato bene di interpretare come il diminutivo di Desideria e così è rimasta: Desideria Bucci, detta Desy, sorella minore di Diana e Brenda Bucci.

Mia madre, micidiale, come la varicella.

Comunque, tra tutte io sono quella a cui è andata meglio, la mia prof di italiano crede che mi chiami come la dea della caccia e io glielo lascio credere.

Desy adora il Natale. Non ho idea del motivo. È da una settimana che squittisce come un topolino davanti a una forma di formaggio. Cosa capisca, nana com’è, per me è un mistero, ma è felice, e non gliene importa un fico se sua madre se ne va a spasso con dei quarantenni mentecatti che credono di essere adolescenti, e neppure se ha una sorella scema come una capra, che poi le capre forse non sono sceme quanto lei.

Per lei è Natale, ed è più che sufficiente. Qualsiasi significato questo abbia nella sua testolina ricciuta.

Per questo faccio l’albero e canticchio Jingle Bells storpiandone le parole.

Abbiamo cenato con caffè latte e panettone, abbiamo guardato in tele i cartoni animati di Paperino, e ora dovrei metterla a letto, perché è tardi e io sono più stanca di lei, ma la Nana vuole aspettare Babbo Natale. Così ci sdraiamo per terra, avvolte in un vecchio plaid, e rotoliamo fin sotto l’albero, sotto i suoi rami e le sue luci colorate. È bellissimo, potremmo anche addormentarci qui.

“Raccontami una storia…”

Detesto quando fa così e lo fa sempre quando ho un sonno bestia e la mia fantasia è ridotta a un torsolo rosicchiato.

“Ti racconterò la storia di Biancaneve…” forse è stata l’immagine del torsolo a suggerirmi l’idea.

“No. Quella la so già. Voglio una storia nuova, inventata da te”

Cavolo. Sono fregata.

“Ho troppo sonno, Nana”

“Dai… una storia piccolina”

Sopra di me la luce brilla sul vetro trasparente di una pallina. A cavalcioni della piccola sfera c’è un folletto verde con le orecchie a punta e le ali da coccinella.

“Ti racconterò la storia di un folletto…” Una delle due alucce vibra impercettibilmente e il folletto mi strizza un occhio poi mi sorride, si stiracchia e si mette in piedi sulla pallina dell’albero. Sto per alzarmi di colpo e scappare, ma mi rendo conto che non posso muovermi. Ecco, ora sono veramente spaventata. Cerco di mantenere la calma.

“Desy… per favore, potresti andare a sederti sul divano? Ho bisogno di respirare un po’”.

Desy non si sposta, mi guarda seria. Crede che la voglia imbrogliare per evitare di raccontarle la sua storia.

“È lui il folletto di cui vuoi raccontarmi la storia?”

Il folletto è volato sulla manina di Desy, ora salta sulla mia pancia e mi fa un inchino.

“Gentilissima Madamigella Diana, i miei ossequi… sono Puk, da sempre e per sempre al vostro servizio…”

Ho una specie di groppo in gola, mi sembra di avere la vista annebbiata. Percepisco il mio corpo per cui non sono paralizzata, eppure continuo a non poter muovere un muscolo.

Desy ha gli occhi che le brillano, mi sta ancora sdraiata vicina, ma ha drizzato la testa per guardare meglio il folletto. Gli avvicina l’indice della mano destra e glielo dà da stringere presentandosi.

“Piacere Puk, io sono Desy”

“Lo so, un buon Natale anche a te” dice la creatura facendole una specie di bacia-dito.

“Madamigella Diana, per favore, rilassati… non sono qui per farvi del male! Esattamente tredici anni fa ho promesso che sarei tornato a cercarti e ora finalmente sono qui”

Un ricordo, lontano come un sogno, mi attraversa la mente, non riesco ad afferrarlo, però sento che il folletto dice la verità e che non devo avere paura.

“Perché sei qui?”

“Per salvare te e tua sorella Desideria”

“Per salvarci da cosa?” chiedo anche se so di conoscere già la risposta.

“Un Natale di tanto tempo fa, tu mi salvasti la vita grazie a un sogno, ma Lui, il sovrano delle ombre, riuscì ad avvolgerti nel suo manto scuro. Quel giorno io promisi che sarei tornato e ti avrei liberata, ricordandoti chi eri…”

Desy è in silenzio, con il fiato sospeso, avvolta dalla magia di quel momento. So di potermi di nuovo muovere, ma ora non desidero più fuggire. Puk è un amico, lo so pur senza ricordare altro.

“Puk, io non ricordo nulla”

“La Nave dei sogni si sta spegnendo” mi sussurra Puk in un orecchio come se mi stesse rivelando un segreto importantissimo, ma io non ho idea di cosa voglia dire.

“Verrete con me?” ci chiede.

“Sì! Certo!” grida Desy senza neppure domandare dove.

Di fronte a me vedo la notte e, lungo la linea quasi invisibile dell’orizzonte, vedo un’immensa nave fatta solo di luci colorate. È un ricordo, nitido e meraviglioso. È la Nave dei sogni.

“Verrò…” rispondo al folletto “ma non voglio che Desy corra pericolo. Lei rimarrà qui a casa, al sicuro”

“Mi spiace, questa casa è proprio il posto in cui tua sorella si trova più in pericolo, soprattutto se tu non ci sei. Lui la vuole. Tu sei grande, può permettersi di lasciarti andare, ma in cambio cercherà di prendersi lei. L’unico modo di impedirlo e che veniate entrambe con me”

Mi alzo. Guardo Desy, anche lei si è alzata ed è corsa a mettersi la giacca. Non sa che non servono né giacche né cappotti dove stiamo per andare. Ho paura, anche se non ne ricordo il motivo.

“Andiamo?” dice la bimba prendendomi per mano e tirandomi verso la porta.

“Non è di lì che dobbiamo andare, Desy. Fidati di me”

Puk sta svolazzando verso la mia stanza. Io lo seguo, aiuto Desy a spogliarsi e a mettersi il pigiama. Mia sorella mi guarda perplessa, suppongo che tema che sia un trucco per metterla a nanna. Anche io mi infilo la felpa che uso da camicia da notte e poi le faccio spazio sotto le coperte. Puk spegne la luce. Desy ha un buon odore, mi piace sprofondare il naso nei suoi capelli.

“Siete pronte?” chiede il folletto con la sua vocetta stridula.

“Sì”.

È come se dovessi ripetere un gesto familiare, qualcosa che non ho fatto per tanto tempo, ma che mi appartiene come respirare o camminare. Lo faccio senza alcuna esitazione. Tiro le coperte sopra le nostre teste e sprofondo nel buio.

“Desy, adesso dobbiamo strisciare sotto le coperte fino in fondo al letto e poi tornare su. Hai capito?”

Desy non mi risponde nemmeno, è entusiasta di quello che le sembra un gioco, si tuffa sotto le lenzuola come un pesciolino nel mare e io la seguo.

Per un attimo penso che lì sotto c’è troppo poco spazio, che ci scontreremo, che non riusciremo a girarci, invece immediatamente lo spazio perde le sue dimensioni, è come nuotare, dentro onde tiepide e asciutte, morbide e dolci. Quando riemergiamo guardo il volto di Desy, so quello che vedrà e non voglio perdermi la sua espressione d’incanto.

Desy si è messa a sedere sul letto, ha la bocca aperta ed è buffa. Sorrido.

Puk è seduto davanti a noi sulla sponda del letto. Stiamo volando, siamo in mezzo allo spazio e alla notte scura, sopra un mare immenso e calmo, liscio e silenzioso. L’aria è fresca sul nostro viso, profumata di purezza. All’improvviso vediamo una lunghissima scia dorata, sembra fatta di piccole meteore d’oro.

“Cosa sono?” chiede Desy indicando la scia.

“Sono le culle d’oro! Ogni notte noi folletti scendiamo sulla Terra, uno per ogni neonato, gli voliamo accanto e lo aiutiamo ad addormentarsi. Non è facile, perché Lui manda le sue ombre a disturbare il loro sonno per impedire che ci seguano. Se le mamme facessero attenzione si accorgerebbero che quando i loro bimbi stanno per addormentarsi hanno uno sguardo particolare, sembra che fissino qualcosa che gli adulti non possono vedere, ecco… stanno guardando noi. E appena chiudono gli occhi la loro culla si trasforma in una culla dorata e li porta quassù… nel mondo dei sogni da cui loro stessi provengono”

“Anche io venivo quassù nella mia culla?” chiede Desy.

“Certo, e io ero il tuo folletto, come lo sono stato di tua sorella prima di te”

“E poi? Cosa fanno tutti quei bimbi?”

“Sognano sogni dorati… e i loro sogni sono talmente innocenti e perfetti che con la loro energia nutrono e sospingono l’intera Nave dei Sogni”

Io non parlo, ascolto, ed è come se mi raccontassero una storia che già conosco, ma che viene risvegliata da ogni singola parola, come se le parole illuminassero un pezzetto di un quadro che prima stava nascosto nel buio.

“Che cos’è la Nave dei Sogni?”

Puk sorride e svolazza sulla testa di Desy.

“Madamigella Desideria, guarda tu stessa!”

Davanti a noi la scia luminosa di piccole culle sta curvando verso un’immensa massa di luci, inizialmente non riesco a distinguerne la forma, poi mi appare, meravigliosa ed eterea come un miraggio: la Nave dei sogni. È strano, guardarla è come ascoltare una musica, dolce e potente allo stesso tempo. Guardarla è come dissetarsi dopo una sete infinita, guardarla è come tornare a casa dopo tanto tempo.

“È proprio così. La Nave dei sogni è la vostra casa. È la casa di tutti i bambini prima che nascano, quando sono ancora solo sogni sfocati nelle menti delle loro madri e dei loro padri” dice Puk come se mi avesse letto nel pensiero.

“Per i nostri genitori noi dovevamo essere una specie di incubo …” rispondo senza pensare che Desy mi sta ascoltando, ma fortunatamente è troppo presa da quello che sta accadendo per darmi ascolto.

“Puk, cosa sono tutte quelle luci?” chiede mia sorella sporgendosi dal letto.

“Sogni… la Nave è fatta di questo”

“E cos’è la musica che sento?”

“Sono canti di Natale, provengono da tutto il mondo… in questi giorni la Nave risuona solo di questo, durante l’anno invece puoi sentire musica di ogni genere”

“E chi è che timona la Nave?”

“In questo periodo dell’anno, con l’anno trascorso alla fine e quello nuovo alle porte, al timone c’è il vecchio Giano bifronte… un antico dio decaduto, che con una faccia guarda il passato e con l’altra il futuro…”

“Chissà com’è brutto. Come fa ad avere due facce?”

Ok. Puk comincia a farmi pena. Desy è in grado di andare avanti a far domande per ore quando qualcosa la incuriosisce. Cerco di distrarla.

“Desy, hai visto che bella quella luce là davanti, sembra proprio una stella posata sul ponte”

La bimba si sporge ancora di più, la tengo per la cintola dei pantaloni.

“Che cos’è quella stella? Che cos’è?”

E io che credevo di distrarla dalle sue domande.

“Come non lo sai? È Natale! Desideria, non hai mai sentito parlare della Stella dei Re Magi?”

Desy annuisce e mi rendo conto che lo sto facendo anche io.

“Quella è la Speranza, madamigelle, è il sogno più grande di tutti, anzi, è l’energia che nutre tutti gli altri sogni. E a Natale brilla ancora di più!”

Ironico. Le mie speranze di bambina si sono spente proprio una notte di Natale, proprio quando ho capito che sperare non serve a nulla. Distolgo lo sguardo.

“Siamo quasi arrivati… giusto in tempo per scambiarci i doni!” Puk sembra ancora più felice, saltella e ronza come un moscone.

All’improvviso qualcosa urta il nostro letto, istintivamente cerco di afferrare Desy e di stringerla a me, ma un altro urto, più forte, mi getta all’indietro. Batto la testa, sento la voce di Puk che urla, e quella di mia sorella che chiama il mio nome. Il dolore mi annebbia la vista, ma mi tiro su, in tempo per vedere un’ombra scura, con la forma di un artiglio, che lotta con mia sorella. Allungo le braccia per strapparla a quella presa, ma è troppo tardi, Desy cade, trascinata verso il mare che di colpo è diventato tempestoso. Vorrei buttarmi tra le onde per salvarla, ma Puk mi ferma, posa una piccola mano sulla mia fronte e io non riesco più a muovermi. Vorrei gridare, ma questa volta neppure la voce riesce a rompere l’incanto del folletto.

Credo di impazzire. Sento le lacrime che scendono lungo le mie guance. Desy è l’unica famiglia che ho, l’unica ragione per cui il Natale ha ancora un senso, l’unica ragione per sorridere ancora.

“È Lui. Lo sapevo che ci avrebbe attaccato, ma vi vedevo così felici che mi sono illuso che Lui avesse perso il suo potere. Che stupido sono stato… Diana, hai pensato al Natale in cui tuo padre ti ha lasciata, vero?”

Sgrano gli occhi e sbatto le ciglia per annuire.

“È così che fa Lui. Ti spezza il cuore con la tristezza, con la paura. È così che ti ha presa tanti anni fa…”

Ricordo. Ricordo tutto. Ricordo i viaggi con Puk, ai confini di tutto ciò che è possibile immaginare, ogni notte un sogno meraviglioso, e anche di giorno a occhi aperti, molto più aperti di come io li abbia oggi, perché vedevo cose che oggi non riesco più a vedere: folletti, elfi, fate e spiriti, ma anche l’anima degli oggetti e delle cose, che mi parlavano e mi raccontavano le loro storie, e la musica degli alberi suonati dal vento, e l’amore delle mie bambole che ridevano insieme a me. Ricordo i colori vividi come non mai, e ricordo le giornate, incredibilmente più lunghe di come mi sembrano ora, ricordo le principesse e i principi della mia grande corte e le avventure a cavallo di un triciclo che mi sembrava un drago.

Poi ricordo Lui, il Signore delle Ombre. Lo ricordo nel volto in lacrime di mia madre e in quello feroce di Brenda che mi strattona e mi ferisce le orecchie con le sue parole. Ricordo i suoi occhi, che mi fissano e hanno lo stesso azzurro di quelli di mio padre.

“Lo farà anche a lei?” Riesco a parlare, sono abbastanza calma per ragionare di nuovo.

“Sì”

“Perché?”

“Guarda la Nave, Diana, guarda la sua poppa…”

La Nave dei sogni è abbagliante nelle sue luci, ma dietro, lungo la poppa, c’è un grande squarcio di buio di cui non mi ero accorta prima.

“Si sta spegnendo…” dice Puk “Il signore delle Ombre vive di buio e ogni sogno che uccide è una luce che si spegne”

“Ma perché noi?”

“La maggior parte dei neonati, crescendo, perde la facoltà di comunicare con le creature del sogno e così smette di viaggiare verso la Nave. Ma alcuni no, alcuni continuano, persino da grandi. Diventano artisti e poeti, musicisti e inventori, chimici e rivoluzionari… diventano le luci più grandi e colorate della Nave. Tu e Desy siete così, e Lui vi dà la caccia per questo, per spegnere la vostra luce”

Non riesco a credere di appartenere a questo genere di persone. Desy forse sì, ma io non ho più sogni da molto tempo, ma questo non ha importanza ora, ora ciò che conta è salvare mia sorella.

“Cosa posso fare?”

“Vieni con me alla nave… riceverai un dono e lascerai il tuo”

“Ma io non ho nulla…”

“Neppure un sogno?”

Vorrei rispondere che no, non ho più neppure un sogno da regalare, ma sento un urto e sobbalzo di nuovo, questa volta mi accorgo che è solo il letto che ha urtato il ponte della nave. Mi alzo e scendo con un salto. Mi viene incontro una bambina con le trecce e i capelli rossi. È vestita come una contadinella, con un grembiulino e una gonna a balze gialle, in testa ha un grazioso cappellino di paglia. Mi abbraccia.

“Sono Rosa… ti ricordi di me” Rosa era la mia bambola preferita.

L’ho perduta senza neppure rendermene conto, dimenticata da qualche parte.

Piango come una stupida.

“Rosa… ti ho perduta, perdonami. E ora ho perso mia sorella”

“Non l’hai persa e non hai perso neppure me, non vedi che son qui?” dice facendo una giravolta su se stessa.

“Lui la tiene sulle sue ginocchia e pensa di poterla convincere che il Natale è una cosa brutta e che non esistono ragioni per essere davvero, davvero felici, ma non preoccuparti, Desy è un osso duro!”

“Più di me?” chiedo pensando a quanto era stato facile farmi odiare il Natale.

“Mmmm…” Rosa si gratta la testa che io ricordo ancora piena di segatura, sorrido senza dire nulla.

“No. Anche tu eri un osso duro, ma tu eri sola, lei invece ha te!”

Per un attimo resto zitta. Il cervello di segatura della mia bambola di pezza funziona meglio del mio.

“E io ora ho lei…”

Rosa fa cenno di sì con la sua testolina rotonda, poi mi prende per mano e corre.

“Vieni dal capitano Giano! Ti aspetta per darti il suo regalo!”

Il ponte della Nave dei sogni è fatto di luce. Non esiste davvero, ma se hai fede, galleggerai nell’aria come su un pavimento di cristallo. Ho già corso su quel pavimento, mille volte, quando avere fede era facile come giocare a nascondino. Ora trattengo il fiato e smetto di pensare, perché la fede non pensa, sente soltanto.

La cabina di comando non esiste, ma io la immagino fatta di vetrate grandi e trasparenti, di strumenti luccicanti e di un timone immenso di mogano e oro ed è così che mi appare.

Giano ha una lunga barba scura e gli occhi neri che brillano sotto due folte sopracciglia. Un nastro d’oro gli incorona il capo.

“Benvenuta Diana”

Mi inchino cercando di salutare nel modo più elegante possibile l’antico dio.

“Io sono il Signore della Soglia, il dio di ogni inizio. Il mio dono lo riceverai dal volto con cui osservo il passato, ma a te servirà per inoltrarti nel futuro…”

Giano prende dalla tasca della sua tunica bianca un ciondolo dorato, che ha la forma di un timone, libero di muoversi e ruotare su un perno.

“Te ne faccio dono, ma era già tuo. Lo hai perso qui, tanti anni fa, insieme alla speranza”

Lo prendo tra le mani e quasi mi sembra bruciare, lo metto al collo e Puk vola dietro la mia schiena per aiutarmi a chiuderlo.

“Non lo perderò più”

Giano lentamente si volta e mi mostra l’altro suo volto, identico al primo, ma con gli occhi verdi come le foglie di un bosco. Mi sorride e allunga la sua mano verso di me.

“Giano… io non ho nulla da donarti”

Infilo le mani nelle tasche del pigiama, mi accorgo che ho un pupazzetto di Desy, una sorpresina trovata in un ovetto di cioccolato: una tartaruga di plastica che muove la testa mentre va avanti.

“Questo andrà benissimo…” dice il dio prendendomi la tartaruga dalle mani “Sempre che tu ti ricordi ancora come si fa”

Puk mi ronza vicino all’orecchio.

“Un sogno, Diana! Trasformalo in un sogno!” guardo Rosa che batte le mani in attesa. Stringo il mio ciondolo e lo faccio girare tra le dita.

Mi ricordo ancora come si fa, non ho mai dimenticato, ero solo troppo triste, troppo stanca per sognare.

Ecco la tartaruga. La tartaruga di Desy.

Grande e turchese, con il guscio robusto come una roccia. Ha gli occhi grandi e le ciglia lunghe, è sicuramente una femmina perché in testa indossa un diadema di piume rosa e di paillettes. Al collo le pendono delle briglia argentate. La gratto dolcemente dietro la nuca e lei mi fa cenno di salire in groppa.

Ci tuffiamo in mare. Sprofondiamo nell’abisso attraversato dalle luci azzurre riflesse dalla Nave che svaniscono man mano che si scende nell’oscurità. Riesco a respirare perfettamente, è come attraversare un mare fatto di veli blu. Quello è il regno delle Ombre, sento freddo, ma immagino una bolla luminosa che mi circonda e mi protegge ed essa appare attorno a me.

Sul fondo vedo Desy. È circondata da piccole meduse violette che le impediscono di risalire a galla, mentre un esercito di granchi le pizzica le gambe. È arrabbiata, pesta i piedi e sgrida tutti gli animaletti che la circondano e che non la lasciano andare. Desy è veramente un osso duro, ma ha gli occhi rossi e gonfi, ha pianto. Mi vede e gesticola. Poi vede la mia tartaruga, la riconosce e si illumina. Non potrò mai dimenticare quella luce. Una luce speciale, la luce di una persona, della sua anima.

Le meduse svaniscono, si sciolgono. I granchi si insabbiano. Desy nuota verso di me, mi raggiunge e mi abbraccia. Non ho più freddo, non ho più paura. La nostra tartaruga nuota, tra onde velate e morbide. Il blu diventa azzurro, leggero sulla pelle, come il lenzuolo che ci copre. Caldo come il piumino soffice che ci avvolge. È mattina.

Il sole illumina il pavimento dalle fessure delle persiane. Siamo in camera, abbracciate, ancora quasi addormentate.

“Buongiorno, Nana” le dico mentre si stropiccia gli occhi.

“Dove siamo?” mi chiede sottovoce.

“A casa”

“Diana.. ci torneremo ancora?” Non ha bisogno di spiegarmi cosa intende dire.

“Tu ci tornerai tutte le notti, con Puk…”

“E tu? Tu, non verrai con me?”

Vorrei risponderle di sì, con tutta me stessa, ma quel tempo per me è passato, quel tempo mi è stato rubato. Una fitta di malinconia mi stringe il cuore, ma è una malinconia diversa da quella che ho provato in tutti questi anni, è una malinconia buona.

“Io sognerò a occhi aperti, e tu di notte vedrai quante luci accenderò sul ponte della Nave…”

Desy mi guarda, sembra capire, sembra persino più grande.

“È Natale” mi dice scalciando via le coperte all’improvviso.

“È Natale” le rispondo, e per la prima volta da tredidici anni so che lo è davvero.

Sull’albero brilla una pallina con un folletto sorridente appollaiato sopra.

Al mio collo brilla un ciondolo d’oro dalla forma di un timone e, sulla Nave dei sogni, brilla la luce del sogno da cui ci siamo appena risvegliate.