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L’idea platonica del maestro

Questo è un SOS, un messaggio in bottiglia affidato alla marea di fb.
Le maestre di mia figlia si sono ridotte a decidere di pagare il proprio biglietto per accompagnare i bambini a teatro. Per evitare polemiche, suppongo.
Nella mia scuola uno studente (tra i più bravi e collaborativi) ha chiesto indignato a una mia collega perché non si pagasse lei la quota della gita scolastica, ma dovessero dividerla i ragazzi.
Gli alunni non donano più nulla ai loro insegnanti, né un fiore, né un libro, né un biglietto d’auguri. Spesso a fine anno non li invitano nemmeno a festeggiare mangiando una pizza e quando lo fanno magari non gliela offrono.
Ci sono le eccezioni, lo so, per fortuna…
Tutti vogliono dire la loro: sui compiti, i riassunti, la mensa, i panini, le parole, le pagine, i metodi, le ore, il troppo e il troppo poco.
La scuola è prona, serva di ogni richiesta, pur di non incorrere nelle proteste dai genitori, a costo di andare contro la didattica, contro i principi che si dovrebbero insegnare, contro gli studenti stessi. La scuola è schiacciata da politici incompetenti, umiliata, inchinata alla prepotenza imperante.
È questo che volete? Davvero?
Fosse una questione personale non me la prenderei tanto. O magari me la prenderei, ma non qui, non così. Ma la questione è molto più grande.
Quando entro in classe, ma ormai anche quando ne sono fuori, io indosso un abito, una divisa invisibile, quasi una veste sacerdotale. Con quella veste non sono soltanto io che parlo ai miei ragazzi. Sono io insieme all’idea platonica di insegnante in cui mi avvolgo, cercando di esserne all’altezza. Metto in gioco tutta me stessa, la mia forza, le mie insicurezze. Cerco di farlo con sincerità e con un po’ di istrionismo. Cerco di farlo migliorando, onorando la veste, preservandone la dignità. E anche i miei colleghi lo fanno, consapevolmente o meno. Qualcuno non ci riesce, lo so, e non ci riesce probabilmente perché quella veste non ha mai avuto la sua misura, non è mai stata fatta per lui e qualcun altro che aveva la responsabilità di non consegnargliela ha lavorato con una leggerezza impunita. Ma questo è un altro discorso.
Quella veste io la amo. Mi commuove.
La amo vestita dal professore dell’Attimo fuggente, ma anche dal meraviglioso Yoda, la amo quando la vedo sfolgorare indosso al mio compagno e quando la ricordo portata con eleganza dalle mie maestre e dai professori che mi hanno insegnato a sognare.
Come ogni studente ho criticato, apprezzato, deriso, frainteso, preso in giro, sopportato e non sopportato tutti i miei insegnanti, validi o meno. Come collega faccio ancora la stessa cosa. Ma come cittadina, come persona prima di tutto, ho rispetto di quell’abito, e soffro a vedere come sia insultato anche da chi dovrebbe difenderlo.
Ho rispetto di ciò che significa e di tutta la retorica che si porta dietro, perché non è retorica ma è cuore, cervello, sangue, coraggio e pazienza. Fatica e gioia di una vita intera passata a cercare di accendere fiammelle mentre infuria la tempesta. Questa è l’idea platonica del maestro, che va onorata, al di là dei casi personali e del fallimento umano.
E allora vi prego, famiglie, genitori, madri e padri, aiutateci a difendere non il nostro piccolo nome, non la nostra immagine personale, ma quella del Maestro. Non sporcate la Sua veste, e se noi stessi la macchiamo aiutateci a pulirla.
Perché i vostri figli impareranno meglio, ve lo giuro.
Regalateci un fiore l’ultimo giorno di scuola, offriteci una pizza alla fine dell’anno, scriveteci un biglietto a Natale e mettetelo sulla cattedra. Insegnerete ai vostri figli la gratitudine e il rispetto.
In un tempo lontano si portava la mela al maestro il primo giorno di scuola (e non ditemi che erano migliori gli insegnanti  di allora che picchiavano, offendevano, non ascoltavano), perché la mela non era per loro, la mela era per la loro veste…
Ora è tutto dovuto, scontato, strappato dalle mani. Questo è ciò che volete che imparino i vostri figli?
La nostra veste è lacera. Abbiamo bisogno di voi.
In un tempo lontano si mettevano da parte i soldi per comprare i libri di scuola. E ad averli poi tra le mani, quei libri da foderare, da rispettare, erano un simbolo di conoscenza, qualcosa per cui valeva la pena rinunciare a qualcos’altro. Ora ci si infuria perché bisogna acquistare i libri e non si possono dirottare i risparmi su un vestito o su un cellulare.
Io vi prego invece: scegliete i libri! Scegliete la conoscenza. Scegliete la scuola.
Andate contro corrente!
Mostrerete ai vostri figli che la conoscenza ha un valore (anche economico, sì) e loro impareranno che costa fatica e impegno, il loro e il vostro, e la rispetteranno di più.

Perché questo è un SOS per il Maestro, certo, ma è anche e sempre, sopra ogni cosa, un SOS per i suoi Allievi.

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