La masnada di Hellequin

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“L’esercito immenso dei morti inquieti, dei demoni tremendi, delle peccatrici urlanti e dei cavalieri di fuoco. Il corteo folle e selvaggio che attraversava di notte le campagne travolgendo ogni cosa nella sua caccia senza sosta. Era una leggenda, una storia da raccontare ai bambini nelle sere d’inverno, prima di andare a dormire.”

Da “La viaggiatrice di O – 2 – Nel Labirinto”

Caccia selvaggia

I miti sono mutevoli, si plasmano, si adattano, si nascondono per sopravvivere al tempo, ma dentro, il loro cuore resta e si tramanda, sotto mille volti, dentro le parole delle storie, oppure nelle immagini dipinte o nei fotogrammi di un film.

Nel Medioevo si diffonde la leggenda della Caccia Selvaggia, un corteo macabro di spettri che nel cuore della notte cavalca furiosamente nelle campagne alla ricerca di qualcosa che neppure sa. Colui che guida la Caccia, sul suo gigantesco destriero nero, è Odino, oppure è Artù, Carlo Magno, un dio, un demone, un re, poi, col trascorrere dei secoli bui, il suo nome diventa Hellequin. È Alichino, il demone dell’Inferno di Dante, oppure è Arlecchino la maschera comica e grottesca? Nessuno dei due, o più probabilmente entrambi: Hellequin che cavalca nei campi di battaglia alla ricerca di anime perse, Hellequin figlio del sangue e della guerra, Hellequin con il suo esercito mostruoso, che si aggira nelle terre dall’antica Europa col suo corteo di morte che non trova pace. Oggi come ieri.

 

 Da “La viaggiatrice di O – 2 – Nel labirinto”

(…) La terra iniziò a tremare quasi impercettibilmente, poi sempre più forte. La vibrazione divenne rumore, il rumore fracasso, il fracasso tuono, un tuono senza fine. Dalle siepi accanto a loro saltò fuori un’intera muta di cani, neri, feroci, con le orbite fatte di brace ardente. I muscoli di Aron scattarono involontariamente, Gala lo strinse più forte perché stesse fermo. Erano Shuck Norfolk, i mastini neri degli inferi, i cani del diavolo. Correvano verso di loro sbavando e digrignando i denti.

I cani li raggiunsero, il loro respiro affannato a pochi centimetri da loro, annusarono smaniosi la terra tutto intorno, poi proseguirono la loro corsa furiosa. Ma non era ancora finita, anzi, non era neppure cominciata. L’intera masnada di Hellequin, con i suoi spettri orrendi, guerrieri mutilati, creature dannate, stava per riversarsi su di loro.

Prima fu la polvere che si sollevò densa e che strinse la gola, impedendo la vista ma lasciando presagire. Poi l’orizzonte intero fu riempito da un’enorme schiera di spettri, immersi nel fumo e nel fuoco: era la Caccia selvaggia, la schiera furiosa, la cavalcata dei morti. Davanti a tutti galoppava Hellequin, grande come tre uomini, sul suo cavallo nero, al comando del tetro corteo, le larghe spalle coperte da un mantello rosso, il volto nascosto da una maschera scura, i lunghi capelli bianchi e sottili che volavano nel vento. Dietro di lui veniva la massa feroce e roboante dei guerrieri morti in battaglia, di ogni razza e di ogni paese, con armi ancora sporche di sangue e le bocche spalancate e piene di collera da sfogare. Seguì la fanteria, fatta di spettri lenti e implacabili che si trascinavano dietro catene e dolore, e si muovevano leggeri tra gli alberi e il grano, coprendo ogni cosa di un sottile strato di gelo e di morte. Poi fu il turno della cavalleria.

Gala e Aron sentirono lo scalpiccio violento dei cavalli, gli zoccoli al galoppo che sollevavano terra e fango e che sfioravano i loro corpi mentre li oltrepassavano saltandoli e sputando fuoco. Nel frastuono si udivano urla di guerra e imprecazioni, ovunque odore di putrefazione e di carne bruciata. Finché tutto fu coperto dall’incenso, mentre passava un gruppo di monaci e di preti demoniaci, guidati da vescovi e abati, salmodiando inni sacrileghi e mandando lamenti.

In alto, nel cielo stellato sopra le loro teste, Gala riusciva appena a distinguere il canto rauco e disperato del corvo che volava in cerchio senza pace.

Alla fine vennero i mostri: creature deformi e grufolanti, né uomini né animali, grandi come orsi, stupidi come ammassi di creta inerme, crudeli come esseri umani, fatti solo per cacciare, trovare, dilaniare.

L’intera bolgia invase la pianura come un’onda nera, e come un’onda esaurì la sua forza e restò lì, immobile e stagnante, attorno a una preda che percepiva, ma che non riusciva a stanare. (…)

 

 

 

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