Archivio mensile:gennaio 2015

Nel nome di Faust

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Filippo_Lippi_-_Le_Banquet_d'Hérode

Immaginate un fiume, immenso, travolgente. Diretto verso rapide maestose, che si gettano in un mare senza fine. Ecco, quando si muore è questo che succede. Niente luce in fondo al tunnel, niente angelo della morte o vecchio nonno che ci viene incontro. Solo la Corrente. Talmente forte da annullare qualsiasi volontà e, soprattutto, qualsiasi identità. Ma anche la Corrente ha i suoi punti deboli, anche la Corrente a volte lascia indietro qualcuno, quelli che la gente chiama spettri. Ce ne sono di due categorie: i Perduti, che infestano la mente di quelli che hanno amato peggio di uno stalker, e i Rabbiosi, legati dal rancore e dal desiderio di vendetta. Poi ci sono io. Quelli come me ormai sono rari e non so se devo esserne fiero o vergognarmene. Noi siamo i frutti della presunzione. Siamo i maghi falliti, gli alchimisti, i seguaci di Ermete. Coloro che hanno cercato e non hanno trovato.
Capisco, sono parole che fanno sorridere, io stesso le deridevo quando ancora credevo solo in ciò che già conoscevo. Sono parole antiche, alcune sono ricoperte di secoli di infamia, altre sembrano uscite da un libro per ragazzini; ma la polvere e le favole non impediscono loro di essere vere… e potenti.
Io sono stato un cabalista. Un filosofo. Un artista. Peccato che la mia opera sia riuscita solo a metà. E come lei, anche io sono rimasto fermo qui: a metà strada da ogni luogo.
Avevo ventiquattro anni quando sono morto, e ancora adesso è questa l’età che preferisco indossare. Si tratta di abitudine, probabilmente, o forse non ho abbastanza nostalgia della mia infanzia per desiderare di tornare a essere un bambino. Ho conosciuto uno, una volta, che era morto a più di novant’anni eppure si aggirava per la città con l’aspetto di un bambino di otto. L’ho trovato patetico. E poi da bambino, come pure dopo, io ero davvero uno sfigato. Ho recuperato alla grande durante l’ultimo anno della mia vita, ho provato tutto quello che è degno di essere vissuto (e forse anche qualcosa di indegno…) e non ho rimpianti. Rimorsi una buona dose, ma rimpianti, nemmeno quelli che sarebbe stato meglio avere.
I miei guai sono cominciati un giorno di maggio del 1999. Che strano, anche da morti i ricordi hanno la facoltà di sembrare lontani come se non fossero mai accaduti e, allo stesso tempo, vicini come se si potessero toccare. Era primavera, era pomeriggio, c’era il sole. Camminavo sotto i portici per andare all’università. Avevo fame e sete, e non solo di cibo. Credo che fu questo a portarla da me, a chiamarla.
I miei guai sono cominciati quando l’ho incontrata. Non è mai saggio fare un patto col diavolo. Ma ancora meno lo è innamorarsi del diavolo al quale si è venduta la propria anima. Non poteva finire bene, sono morto, ma questa non è la cosa peggiore che poteva accadere.
Il fatto è che era bella. Terribilmente.
La mie mente volò a Filippo Lippi, il frate pittore che si innamorò della suora che gli faceva da modella. All’università studiavo arte, oltre a una sfilza di altre materie inutili, e quando la vidi mi sembrò appena uscita da un suo dipinto, in tutta la sua pura eleganza di madonna quattrocentesca, bionda, con la fronte alta e perfetta e gli occhi chiari e languidi che mi lessero dentro con una malizia che nessuna madonna potrebbe avere.
Mi chiese un biglietto per il tram, io salii con lei anche se dovevo andare dal lato opposto della città. Angela… Disse di chiamarsi così, e se ci penso ancora adesso, anche da qui, dalla mia misera condizione di relitto ai bordi della corrente, mi viene da ridere.
Era spiritosa Angela, arguta, intelligente e bellissima. L’ho già detto vero? Dopo due fermate sapevo di amarla e lei mi aveva già raccontato buona parte della sua vita inventata, poi era passata a spigarmi, attraverso alcuni paradossi di fisica quantistica, il mistero della creazione e la ragione per cui era del tutto insensato credere a un dio unico, padre e soprattutto buono.
Indossava una canottiera gialla, le spalline del suo reggiseno erano rosa. È chiaro come io già da un pezzo non capissi più nulla di quel che diceva, non ero mai stato particolarmente religioso, ma a quel punto, se lei lo avesse voluto, sarei divenuto l’ateo più convinto dai tempi dell’illuminismo francese.
Abitava in periferia, scesi con lei, salii le scale di casa sua seguendo la sua voce, perché la sua voce era una specie di canto e mi penetrava nel cervello.
“Tu sei un alchimista vero?”
Mi stava porgendo una tazza di te, mentre ero seduto sul bordo del suo letto.
“Io… sono appassionato di studi ermetici, desidero conoscere i segreti dell’universo” le risposi con l’enfasi di chi vuole far colpo “ma tu…” Come diavolo fai a saperlo? Volevo chiederglielo, davvero, ma in quel momento mi baciò, e la sua lingua morbida nella mia bocca azzerò ogni residuo di consapevolezza.
“Desideri conoscere i segreti dell’universo, e poi dimmi… cosa desideri?”
“Te…”
“Solo me?”
“Sì… ti desidero da morire”
“E allora mi avrai e morirai… tra un anno esatto… e la tua anima sarà mia, ma fino a quel momento ti darò tutta la conoscenza e il piacere che desideri… ”
Ecco fatto. Tutta la conoscenza e tanto di quel piacere che difficilmente qualcuno potrebbe criticare la mia scelta. Il problema è che conoscenza e piacere sono per certi versi inconciliabili. Più capivo i segreti del mondo, più capivo in quale guaio mi ero cacciato e quale misero destino mi attendeva: le anime si sciolgono nella Corrente, ma chi l’anima non ce l’ha non è che il guscio vuoto di una conchiglia che si frange sugli scogli.
Angela era bella e continuava a stordirmi, ma durante gli ultimi giorni della mia vita le scorsi nello sguardo un barlume di pietà nei miei confronti, forse persino un pizzico di rammarico.
“Non c’è nulla che potrei darti al posto della mia anima? Credo che, in fondo, l’anima potrebbe servirmi, nell’aldilà più ancora che nell’aldiqua…”
“Guarda…” disse sfilando da sotto la maglietta una lunga collana di perle bianche “Questa è la mia collezione, sono le mie anime… vedi questa?” disse prendendone una tra le dita lunghe e sottili.Io annuii trattenendo il fiato. “È lui, è Filippo, Filippo Lippi… Lo so che tu lo avevi capito subito… Anche lui mi amava… ma tu sei molto più intelligente, per questo mi spiace un po’…”.
Deglutii la saliva.
“Almeno lasciami diventare vecchio! Lui non lo hai ucciso dopo solo un anno”. Stavo cercando di contrattare, ero alla frutta.
“Lui era un pittore, non un alchimista, se ti lasciassi tutto quel tempo tu capiresti il senso di ciò che ti ho insegnato e mi sfuggiresti…” Rimase in silenzio, si era accorta che aveva detto troppo, e io ora sapevo che esisteva una possibilità di salvezza.
Angela infilò la sua mano fresca sotto la mia camicia e mi carezzò il petto lentamente.
“Tra una settimana morirai, non sprecare il tempo che ti rimane… godi di me finché hai respiro…”
E io godetti, anche questa volta, ripetutamente, ma quando lei si addormentò sfinita e sazia, pregustando la sua vittoria, fuggii a gambe levate.
Mi nascosi nel posto più ovvio, in chiesa, come un umile fedele superstizioso. Era una chiesa orrenda, vicina all’appartamento della mia aguzzina, in un piazzale che sembrava un posteggio, con un’architettura moderna che offendeva gli occhi, a metà tra un capannone industriale e un’astronave. Mi rannicchiai dietro l’altare, sotto una piccola volta decorata di un cielo azzurro gremito di nuvolette e putti inneggianti.
Angela mi aveva dato la conoscenza, stava a me capire come usarla, ero un alchimista dovevo trasformare il piombo in oro. Forza, forza, forza, come si poteva fare?
Alle mie spalle pendeva un enorme, inquietante, crocifisso.
Guardai la croce: le braccia orizzontali, simbolo della Terra, della realtà, attraversate dall’asta verticale, il Cielo, la Corrente, l’eternità. Una sola cosa. Il segreto di tutto era un uomo che moriva schiacciato tra la terra e il cielo e annullava entrambi, rinascendo dio, trasformandosi in oro puro.
Lo ammetto, ciò che ho fatto è stato rudimentale e goffo, persino blasfemo. In realtà è stato soprattutto incompleto, ma ero disperato e ho improvvisato come potevo. Ho staccato la croce dal soffitto, poi ho fatto leva con lo schienale di una panca e ho divelto la statua di Cristo. A quel punto veniva la parte più difficile. Mi sono legato al crocifisso e sono sprofondato in una profonda meditazione.
A metà della notte faceva molto freddo, ma io non sentivo più nulla, e non mi trovavo già più lì quando arrivò lei. Era furiosa e bellissima, con i capelli sciolti e un abito corto, rosso, scollato. Se fossi stato ancora abbastanza cosciente da vederla arrivare, forse le avrei consegnato io stesso la mia anima, in cambio di un ultimo viaggio tra quelle gambe… per fortuna invece ero quasi morto. Quasi.
Angela diede un pugno sull’altare, poi ringhiò; doveva decidere cosa fare di me e giocava nervosamente con la sua collana.
“Bella situazione da schifo… mi hai fregata, se ti tiro giù dalla croce, vivo o morto, tu completi il tuo rito del cavolo e ti salvi l’anima… Ma c’è un’altra soluzione sai? Un po’ crudele, forse, ma io sono un diavolo, o te ne eri scordato?”
Angela sorrise, sadicamente, con quel suo sorriso di miele. Poi schioccò le dita e il mio corpo si tramutò in marmo: fu così che morii, senza nemmeno rendermene conto.
Schioccò le dita una seconda volta e il mostruoso idolo formato dalla croce e dalle mie spoglie pietrificate si sollevò e andò a collocarsi esattamente al suo posto, sopra l’altare.
Con l’ultimo schiocco Angela ripulì ogni cosa, poi mi guardò perché sapeva che in quel momento, con gli invisibili occhi di uno spettro, io la stavo seguendo mentre andava via.
Fu così che restai “sospeso”, e non solo metaforicamente, destinato a sorbirmi infinti rosari e prediche inutili, matrimoni e funerali, bestemmie e preghiere.
Sospeso e in attesa.
Fino ad oggi, nessuno si è ancora accorto di quanto è accaduto. Nessun fedele si è accorto che le mie spoglie non sono l’immagine del suo dio. Nessuno ha notato la differenza, nemmeno il vescovo in persona.
Quanto a lei, dopo tanti anni viene ancora a trovarmi, non so se lo faccia per pietà, per vendetta o solo per controllare che nessuno mi abbia liberato dalla mia croce: indossa sempre la stessa camicetta a fiori semi trasparente, e si siede nel primo banco per lasciarmi ammirare la scollatura.
Il prete le sorride dal pulpito, crede che sia innamorata di lui e la sua anima, ormai lo do per certo, sarà la prossima perla su di una lunga collana.

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