L’albero della conoscenza

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progenitori

L’essere umano scoprì il senso del bene e del male: era curioso, era ambizioso, voleva scoprire il segreto di Dio. Fu così divenne veramente uomo, che abbandonò l’innocenza crudele degli animali e iniziò a capire.

La prima emozione che provò, forte e dirompente, fu la vergogna. E anche la vergogna lo rese uomo. Si vergognò di se stesso, del suo essere verme nudo che desidera le stelle. Si vergognò di aver tradito, di essere piccolo e meschino, di fronte alla grandezza dell’universo e di Dio.

L’essere umano scoprì il bene e il male, seppe com’era bello il bene e com’era attraente il male. Seppe di essere impregnato di entrambi e iniziò a divincolarsi, folle e sperduto, cercando di districare inestricabili matasse.

Conoscenza, ambizione, vergogna. Ecco cosa ci rende umani.

Dov’è ora la vergogna? Dov’è il pudore?

Non abbiamo smesso di desiderare né di conoscere, ma ci siamo assuefatti al male, tanto da non provare più nulla quando ci immergiamo in esso.

Quando un bambino fa qualcosa di sbagliato ha due reazioni possibili, o confessa, subito, prima ancora di essere scoperto, oppure nega, nasconde, mente. La prima reazione esprime il suo desiderio di pulirsi, di lavare via il male commesso, e di essere abbracciato e accettato nonostante questo. La seconda reazione dimostra il pudore e la vergogna. Dimostra la consapevolezza dell’errore ancora più della prima. So di aver sbagliato. So che non sono riuscito a resistere al desiderio, alla tentazione, al fascino del  male, ma mi vergogno. Mi vergogno e resto umano.

Sono intelligente, sono fragile, vibro insieme alle azioni che faccio, in suoni puri e in altri sporchi, e ne sono consapevole. E mi vergogno.

Cosa resta di noi quando smettiamo di avere pudore e di vergognarci? Resta una creatura tronfia e stupida, senza possibilità di imparare dai propri errori, senza coscienza, senza intelligenza, senza conoscenza.

Perché conoscenza e vergogna sono una cosa sola, fin da quel primo antico gesto nascosto nel mito.

Non esiste l’una senza l’altra. E noi lo abbiamo dimenticato.

Il ragazzino che copia dal compagno e cambia le parole, lo fa per ingannare l’insegnante, per non essere scoperto, fa una cosa sbagliata, ma ha pudore, teme di essere scoperto, applica la sua intelligenza.

Il ragazzino che copia dal compagno e non fa neppure la fatica di cercare nuove parole… quello non ha speranza, né intelligenza, né pudore. Quello è il ragazzino che l’insegnante dovrà cercare, dovrà raggiungere e risvegliare.

Non ho paura di chi sbaglia, di chi mente, di chi soffre sbagliando.

Ho paura della superficialità del male. Della sua normalità. Ho paura di chi non ha pudore e non si vergogna, di chi crede che tutto sia permesso. Perché non ha perso solo un paradiso terrestre forse troppo noioso, ma ha perso il senso di questo mondo e il senso stesso del suo essere umano.

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