Archivio mensile:novembre 2014

L’albero della conoscenza

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progenitori

L’essere umano scoprì il senso del bene e del male: era curioso, era ambizioso, voleva scoprire il segreto di Dio. Fu così divenne veramente uomo, che abbandonò l’innocenza crudele degli animali e iniziò a capire.

La prima emozione che provò, forte e dirompente, fu la vergogna. E anche la vergogna lo rese uomo. Si vergognò di se stesso, del suo essere verme nudo che desidera le stelle. Si vergognò di aver tradito, di essere piccolo e meschino, di fronte alla grandezza dell’universo e di Dio.

L’essere umano scoprì il bene e il male, seppe com’era bello il bene e com’era attraente il male. Seppe di essere impregnato di entrambi e iniziò a divincolarsi, folle e sperduto, cercando di districare inestricabili matasse.

Conoscenza, ambizione, vergogna. Ecco cosa ci rende umani.

Dov’è ora la vergogna? Dov’è il pudore?

Non abbiamo smesso di desiderare né di conoscere, ma ci siamo assuefatti al male, tanto da non provare più nulla quando ci immergiamo in esso.

Quando un bambino fa qualcosa di sbagliato ha due reazioni possibili, o confessa, subito, prima ancora di essere scoperto, oppure nega, nasconde, mente. La prima reazione esprime il suo desiderio di pulirsi, di lavare via il male commesso, e di essere abbracciato e accettato nonostante questo. La seconda reazione dimostra il pudore e la vergogna. Dimostra la consapevolezza dell’errore ancora più della prima. So di aver sbagliato. So che non sono riuscito a resistere al desiderio, alla tentazione, al fascino del  male, ma mi vergogno. Mi vergogno e resto umano.

Sono intelligente, sono fragile, vibro insieme alle azioni che faccio, in suoni puri e in altri sporchi, e ne sono consapevole. E mi vergogno.

Cosa resta di noi quando smettiamo di avere pudore e di vergognarci? Resta una creatura tronfia e stupida, senza possibilità di imparare dai propri errori, senza coscienza, senza intelligenza, senza conoscenza.

Perché conoscenza e vergogna sono una cosa sola, fin da quel primo antico gesto nascosto nel mito.

Non esiste l’una senza l’altra. E noi lo abbiamo dimenticato.

Il ragazzino che copia dal compagno e cambia le parole, lo fa per ingannare l’insegnante, per non essere scoperto, fa una cosa sbagliata, ma ha pudore, teme di essere scoperto, applica la sua intelligenza.

Il ragazzino che copia dal compagno e non fa neppure la fatica di cercare nuove parole… quello non ha speranza, né intelligenza, né pudore. Quello è il ragazzino che l’insegnante dovrà cercare, dovrà raggiungere e risvegliare.

Non ho paura di chi sbaglia, di chi mente, di chi soffre sbagliando.

Ho paura della superficialità del male. Della sua normalità. Ho paura di chi non ha pudore e non si vergogna, di chi crede che tutto sia permesso. Perché non ha perso solo un paradiso terrestre forse troppo noioso, ma ha perso il senso di questo mondo e il senso stesso del suo essere umano.

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L’amore

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Questa notte il mio vecchio cane è venuto da me. Mi ha poggiato la testa sulle ginocchia, come infinite volte ha fatto, e ha guaito felice, mentre io ho sprofondato le mani nel suo pelo, e ho accarezzato il suo corpo caldo.

Questa notte io dormivo, ma il mio cuore raccoglieva giornate di sole rimaste nel vento e la mia anima si riempiva d’amore come una vecchia ciotola di legno.

L’amore disegna i tratti del tuo viso, ne scava le rughe, ne esalta il sorriso. L’amore ti scorre nelle vene insieme al sangue, diventa parte delle tue cellule, dei tuoi nervi, delle ossa.

L’amore dalle mille vesti.

L’amore di ogni istante, che muta, che pesa, che dura. Va ancora più a fondo, oltre il corpo e i ricordi, scende fino a ciò che sei, e ti plasma l’anima a martellate come uno scultore, la incide di segni, le dà l’unica forma che rimane.

Perché l’amore è eterno.

E quella che io sarò quando le danze saranno finite dipenderà solo dall’amore che ho provato, coltivato, regalato. Sarò un angelo o forse uno spettro.

La mia anima aleggerà intatta, sopra le dita magre della morte, e tornerà nei sogni di chi mi ha vissuto, come un vecchio, grosso cane, per farsi ancora accarezzare.

Tutti i nostri Santi

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C’erano una volta i Lari, gli spiriti degli antenati, i protettori del focolare.
C’erano una volta le radici, che sprofondavano nel terreno e si nutrivano di terra fatta di resti di altre radici.
C’era una volta la mano, che ne stringeva altre, attraverso lo spazio e attraverso il tempo.
C’erano le famiglie che rosicchiavano castagne, c’erano i vecchi e i bambini, mentre l’autunno sospendeva lo scorrere dei giorni e regalava un momento, uno solo, per abbracciare presente, passato e futuro.
Chi va avanti non può permettersi di voltarsi indietro, di gingillarsi con i ricordi, di accarezzare la morte e svanire nel suo fascino dolce, nel suo profumo di fiori recisi.
Chi va avanti deve essere spietato e indifferente, per poter gioire di ciò che ancora lo aspetta, per poter respirare senza pensare a quando di respiro non ce ne sarà più. È per questo che solo due giorni, due soli in tutto l’anno, sono stati dedicati alle ombre, perché noi stessi siamo già ombre ma non vogliamo vederlo, perché abbiamo bisogno del nostro passato, ma non possiamo rimanervi imbrigliati. Perché abbiamo infinito amore e paura infinita.
Il velo è abbassato, spiriti e folletti mi danzano intorno. Le mie nonne mi cantano la vita. I miei avi sorridono con volti di mille colori e mani spesse e forti, mani strette alle mie, mani che sono dentro le mie, e in quelle di mia figlia, che camminerà sul mondo portandoci con sé.