Un capitolo della storia di Gala… tanto per assaggiare!

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Il ballo in maschera

La piccola porta di legno si apriva sul giardino interno di una villa. Gala si muoveva agile come una gatta, in pochi secondi attraversò il prato e si nascose dietro a una colonna vicino all’ingresso della casa. Sbirciò  attraverso una finestra: i pesanti tendaggi erano tirati perché nessuno potesse spiare l’interno, ma da una fessura Gala riuscì a intravedere qualcosa.

Si trattava di un salone lussuoso, decorato con un’infinità di stucchi e arredato di mobili dorati; era illuminato a giorno e, dal via vai di persone, sembrava proprio fosse in corso una festa. Una festa in maschera.

Gala pensò che non poteva essere più fortunata. Amava mascherarsi. E poi una volta camuffata nessuno si sarebbe accorto di lei.

Vediamo, da cosa poteva vestirsi? Di solito per prendere una decisione come quella ci impiegava almeno una settimana, ora invece non aveva tempo, se fosse rimasta ferma lì per più di qualche minuto l’avrebbero colta in flagrante.

«Spicciati, avverto una strana sensazione.» Edgar era sempre più inquieto e controllava che non giungesse nessuno.

E va bene, avrebbe scelto la prima cosa che le fosse venuta in mente. Si guardò attorno per cercare ispirazione e poi pronunciò un breve incantesimo. «Ecco fatto.»

Edgar trattenne a stento una risata «E cosa saresti? Un moscone?»

«Ti hanno mai detto che i fantasmi non brillano per il loro umorismo? Sono una farfalla notturna, mi sembra chiaro.» Gala aveva un abito nero scintillante, con maniche velate lunghe tanto da toccare quasi terra. Sulla sua schiena due ali di tulle scuro ricoperte di brillantini e sul viso una maschera che terminava in due sottili antenne attorcigliate. « Tu resta qui fuori, se dovessi vedere qualcosa di strano, chiamami.»

Edgar accondiscese controvoglia.

« E cerca di non farti scoprire.»

«E come potrebbero? Sono invisibile come uno spettro…»

La ragazza bussò al portone. Un uomo vestito di scuro, con una maschera bianca priva di espressione che gli copriva completamente il volto, si affacciò alla porta e restò ad osservare la nuova ospite senza pronunciare una parola. Gala cercò di scrutare gli occhi dello sconosciuto al di là della maschera, per poter  leggere i suoi pensieri: stava sicuramente aspettando una parola d’ordine che lei non conosceva, ma che doveva scoprire. Per un attimo ebbe l’inquietante sensazione che dietro quella maschera non vi fossero occhi da indagare, e neppure un volto. Sembravano due buchi neri, vuoti e profondi. Poi intravide un bagliore nell’abisso. Il tempo sembrò dilatarsi. La vista di Gala si fece acuta e tagliente come un bisturi. Fatto! Il segreto di quegli occhi adesso era suo.

«Nera più della notte, ma bella come il giorno. Questa io sono

Negromanti! Ecco dov’era finita, in una festa di negromanti. Quella era una tipica frase dell’opera al nero. Si stava cacciando in un grosso guaio, se si fossero accorti di lei, l’avrebbero sacrificata immediatamente o, alla meglio, l’avrebbero usata come merce di scambio per ricattare O.

Il custode si inchinò, togliendosi in segno di reverenza il tricorno piumato che indossava, e la lasciò passare. Gala tirò un sospiro di sollievo. Ce l’aveva fatta, almeno per ora.

La sala era ancora più sontuosa e scintillante di come le fosse apparsa dall’esterno. Pensò alla porticina sul vicolo da cui era entrata: mai avrebbe potuto immaginare che nascondesse una tale reggia. Ma era tipico dei palazzi veneziani avere due facciate, una modesta e impersonale verso i vicoli ed una magnifica e sfarzosa affacciata sul canale.

Sotto un soffitto alto almeno dieci metri troneggiava un’imponente lampadario di cristallo di Murano, con decorazioni floreali di ogni colore; le pareti erano disseminate di specchi e affreschi con paesaggi illusionistici, mentre il pavimento era un caleidoscopio di marmi pregiati.

Un quartetto d’archi suonava una melodia lenta e dolce, Gala si accorse che i musicisti non erano mascherati come gli altri commensali, ma indossavano un pesante cappuccio nero che impediva loro di vedere qualsiasi cosa. Alcuni ospiti stavano danzando, altri sedevano in gruppetti sparsi. Una grande terrazza si apriva affacciandosi sul Canal Grande e molti degli invitati, nonostante il freddo, conversavano là fuori.

Tutta quella gente era vestita di rosso oppure di nero. Sembrava che nessun altro colore fosse ammesso. E lei per un pelo non si era vestita da cigno! Un cigno pronto per essere spiumato. Le si gelò il sangue al pensiero di cosa sarebbe accaduto se fosse entrata là dentro vestita di bianco.

Cercò di non dare nell’occhio e si avvicinò ad un tavolino pieno di leccornie decisa a cominciare la sua indagine dalla qualità del cibo. Era appena riuscita ad impossessarsi di una fetta di torta e di qualche ciliegia, quando le infinite candele che illuminavano quel salone si spensero contemporaneamente, come se un soffio di aria gelida avesse fatto la sua entrata trionfale. La musica tacque. Gala sentì le porte a vetro della terrazza chiudersi alle sue spalle. All’improvviso si ritrovò schiacciata in una ressa di persone. Dovevano essersi radunati tutti là dentro in attesa di qualcosa, o di qualcuno.

E quel qualcuno non tardò ad apparire: da una balconata al centro della parete di fronte a loro, come fosse il palco di un teatro, si affacciò un uomo avvolto in una specie di tunica, il cui capo era nascosto da un cappuccio. L’abbigliamento le ricordava la tonaca di Kundo, solo che era nera, o forse di un blu scurissimo. Aveva un lungo bastone nodoso nella mano destra e una falce dorata nella sinistra. Gala fu percorsa da un brivido.

«Benvenuti miei fedeli fratelli. Siamo qui per festeggiare. Vi porto notizie da un futuro poco lontano: la fine di questa lunga era si sta avvicinando e con essa finirà questo stupido mondo dominato dai profani. Brindate insieme a me con il Filtro del Dolore! Brindate col loro sangue e con le loro lacrime!»

Centinaia di calici di cristallo, colmi di un liquido rossastro, scesero dall’alto ondeggiando nell’aria, e ognuno fu afferrato da una mano esultante. Anche Gala dovette prendere il suo, e fu contenta di indossare una maschera, perché altrimenti tutti avrebbero notato la sua espressione schifata di fronte a quell’intruglio. Era davvero sangue umano? Forse. Più probabilmente si trattava di qualche pozione che doveva funzionare per analogia.

Era molto raro che si utilizzassero davvero gli assurdi ingredienti degli incantesimi, si trattava solo di simboli. Perché ci sono due modi di creare filtri, Gala lo sapeva da quando aveva otto anni: per simiglianza o per opposizione. Se si desidera ottenere qualcosa, bisogna evocarlo attraverso l’uso di ingredienti che lo richiamino o per affinità o per differenza. Gala continuava a ripetersi mentalmente tutto ciò per togliersi la nauseante sensazione di avere di fronte a sé la cena di un vampiro. Le servì a poco. Avrebbe dovuto trangugiare quella roba come tutti gli altri, se non voleva essere scoperta e ritrovarsi ad essere l’attrazione principale della festa, ma non poteva: simbolo o sangue vero che fosse, il suo disgusto era tale che sentiva lo stomaco chiuso fino alla gola. Provò a farsi venire in mente qualche incantesimo per farlo svanire, ma era talmente spaventata che il suo cervello era completamente in panne. Cominciò a percepire gli sguardi dei presenti puntarsi verso di lei. Il suo era l’unico calice ancora pieno. Se avesse atteso qualche secondo in più, l’avrebbero scoperta.

«Accosta quel maledetto bicchiere alle labbra e fai finta di bere. Poi troveremo un modo per scappare.» Una voce appena sussurrata proveniva dalle sue spalle.

Chi diavolo era? Non aveva scelta, doveva fidarsi, era l’unica via di scampo. Così ubbidì, portò il bicchiere alle labbra e sentì l’odore acre del filtro ottenebrarle i sensi, pensò che sarebbe caduta svenuta, là in mezzo, come una principiante. Invece l’odore svanì e, senza sapere perché lo stesse facendo, come se il filtro le stesse ordinando di berlo, dischiuse la bocca e bevve, fino all’ultima goccia.

«Che hai fatto!» esclamò la voce dietro di lei, afferrandola per le spalle per impedirle di cadere priva di sensi.

Gli sguardi della folla si erano allontanati da lei come se nulla fosse accaduto. La luce non era ancora tornata, ma la musica aveva ripreso a suonare travolgendo i presenti in una danza sfrenata. Gala era stordita, le sembrava che la stanza stesse vorticando attorno a lei. Colui che aveva cercato di aiutarla ora la teneva stretta e la faceva piroettare al centro della sala. Era un ragazzo, piuttosto alto e magro, indossava una maschera da lupo che gli lasciava scoperta solo la bocca. Scivolava sulle note di quella danza come se volasse.

Gala era travolta da sensazioni opposte e violente: percepiva una forte nausea, eppure era come se i suoi sensi si fossero accesi, resi più acuti, come quelli di un animale predatore; sentiva la paura farle battere il cuore velocissimo, le pulsava alle tempie come un tamburo, ma cominciava a provare anche un certo piacere a volteggiare così, come se avesse conosciuto ogni passo di quel ballo, e si sentiva leggera e forte come se un’energia selvaggia le scorresse nelle vene. Attorno a lei decine di farfalle rosse come il sangue e nere come il buio, volavano su quelle stesse note. Era uno spettacolo cupo e ossessivo, ma al contempo estremamente affascinante.

Il ragazzo, continuando a sorreggerla per la vita, la guidò verso la porta a vetri del balcone e, quando fu sicuro che nessuno se ne sarebbe accorto, uscì andando a nascondersi in un angolo in ombra, dietro a un grande otre di terracotta, e la adagiò su una panchina di pietra. «Bevi questa fiala, è l’unico antidoto che può salvarti.»

Gala osservò gli occhi chiari del ragazzo dietro la maschera, stava cercando di capire ciò che le stesse dicendo, ma non riusciva a sentirlo, la sua mente era piena di quella musica travolgente e di colori violenti che si accendevano come fuochi d’artificio. La sagoma nervosa di quel giovane si agitava di fronte a lei, in preda a un misto di terrore e stupore.

«Sto bene, non voglio altri intrugli di negromanti», disse lei, scansando la fiala, quando il concerto nel suo cervello si attenuò leggermente.

Il ragazzo le tolse la maschera e le toccò la fronte: era sudata, ma non aveva febbre, stava davvero bene, si era ripresa, senza nessun antidoto, proprio come una vera negromante. «Si può sapere cosa ci fa una maga di O a un convegno nero? Stai forse tentando il suicidio?»

«Come fai a sapere chi sono?»

Il ragazzo si tolse la maschera da lupo. Gala era talmente frastornata che ci mise qualche istante a riconoscerlo: era Aron, il figlio di Melchiorre.

«Non credere che sia sufficiente un vestito nero e una maschera per confondersi tra di noi. Spero solo che tu non abbia attirato l’attenzione di qualcun altro.»

 «E tu cosa ci fai in mezzo ai negromanti?»

«Io sono un negromante.» Si lasciò sfuggire una sorriso sinistro che le raggelò il sangue nelle vene.

«E perché allora non hai svelato la mia presenza di fronte a tutti?»

«Non siamo tutti uguali. A me non interessano le lotte tra i bianchi e neri. Voglio solo la conoscenza e il potere, e frequento sia i negromanti sia i maghi di O, seguendo di volta in volta chi mi sembra possa insegnarmi più cose, ma non mi interessa impedire ad altri di fare la stessa cosa. Non ha nessun senso. Ognuno dovrebbe pensare solo a se stesso.»

«Mi pare davvero egoistico.»

«Sarò pure un egoista, ma ti ho appena salvato la vita, anche se non so ancora come ho fatto.»

«Scusa?»

«Quando un profano o un mago bianco beve il filtro del dolore, come hai fatto tu poco fa, muore straziato da tormenti, per questo ho cercato di fermarti, ma tu… Che razza di testa di capra hai?  Perché hai bevuto?»

«Non l’ho fatto apposta, quel liquido era ripugnante, ma il mio corpo e la mia bocca non hanno ubbidito ai miei pensieri, come quando fai un gesto automaticamente, per abitudine, e continui a farlo anche senza riflettere.»

«Hai idea di come mai sei ancora viva?»

«No, però sembra quasi che ti dispiaccia!»

«Me ne dispiacerò di più quando ci scopriranno e ci trasformeranno nel sacrificio umano che animerà la loro noiosa festa in maschera. Dammi la mano.»

Gala lo guardò con diffidenza, tuttavia obbedì pensando che lui volesse aiutarla ad alzarsi.

Invece il ragazzo la afferrò con forza, estrasse il coltello affilato che teneva in tasca e le fece un taglio sul palmo. Gala avrebbe gridato se lui non le glielo avesse impedito premendole una mano sulla bocca. «Calmati e guarda… Ora è chiaro perché non sei morta, e anche perché hai bevuto.»

Il sangue che le stava uscendo lentamente dalla ferita era nero.

«Quando un negromante beve il filtro del dolore, il suo sangue diventa nero per qualche ora.»

«Io non sono una negromante!»

«Il tuo sangue dice il contrario.»

Improvvisamente a Gala tornarono in mente le parole della cartomante: non puoi scegliere di essere quello che sei. Sentì un groppo alla gola e le lacrime che le riempivano gli occhi. Era troppo debole per reagire come avrebbe fatto in una situazione normale, il filtro l’aveva attraversata come un fiume di lava incandescente e l’aveva lasciata distrutta con tutti i nervi allo scoperto. Così pianse, maledicendosi perché lo stava facendo di fronte a quel disgraziato presuntuoso d’un ragazzo.

Aron rimase di stucco. Quella era veramente l’ultima cosa che si sarebbe aspettato. Gala singhiozzava appoggiata alla sua spalla, disperatamente, e lui non sapeva cosa fare. Poi agì d’istinto: tra le mani teneva ancora quella di lei, piccola e ferita, si strappò un lembo della manica della camicia e la fasciò. Non c’era null’altro che potesse fare, e nulla che potesse consolarla davvero, ma non importava, le lacrime di Gala lentamente si fermarono. Nessuno dei due sapeva cosa dire, poi qualcosa riscosse entrambi. Si alzò una folata di vento che li investì in pieno: Aron tentò di ripararsi col mantello, l’acconciatura di Gala si scompigliò e i suoi capelli si sciolsero come fruste nell’aria. Dovettero difendersi gli occhi dalla polvere che vorticava, poi, quando la forza del vento sembrò calmarsi un po’, Gala vide una carta dei tarocchi sollevarsi all’improvviso da una siepe e ricominciare la sua corsa.

«Scusa», disse, alzandosi di scatto. «Devo voltare quella carta!»

Fu come se le forze le fossero tornate di colpo raddoppiate. Quella veggente dopotutto non aveva sbagliato, sapeva cose che lei ignorava e si era divertita a giocare con lei come un gatto col topo, lanciandole messaggi ambigui. Ora voleva andare fino in fondo, se quella era la carta del suo destino, lei voleva scoprire quale fosse, avrebbe deciso dopo che cosa farne, perché tarocchi o non tarocchi il passato poteva essere stato già scritto, ma il suo futuro no, lo avrebbe deciso da sola.

«Ma dove diavolo va, adesso? È pazza… e io che la seguo sono un demente», mugugnò Aron ,lanciandosi al suo inseguimento.

Sembrava una specie di gioco: Gala correva dietro alla carta e al suo destino; Aron correva dietro a Gala, ed entrambi erano inseguiti a loro insaputa da una quindicina di negromanti incappucciati di nero.

La carta attraversò il giardino e scivolò lungo una scalinata di pietra che scendeva verso un edificio sotterraneo. Gala scese di corsa le scale, ma, proprio quando stava per chinarsi a raccogliere il tarocco, questo sgusciò sotto il massiccio portale al fondo della scalinata. Non le restava che pronunciare un incantesimo per aprire la porta.

«Non ci provare neanche» gridò Aron, intuendo le sue intenzioni. «È chiaro che tu oggi non sei in pieno possesso delle tue facoltà mentali: se pronunci un incantesimo bianco qui dentro saremo morti prima che tu possa voltare quella stramaledetta carta! Lascia fare a me.»

Sul grande portale di pietra c’erano una serie di segni scolpiti a bassorilievo, lettere ebraiche e figure esoteriche, era buio ma Aron si lasciò guidare dal tatto, premette alcuni disegni e ne sfiorò appena altri, finché udirono un suono sordo e un cigolio, e il portale si dischiuse di fronte a loro. Gala aveva gli occhi scintillanti, spinse con tutte le sue forze ed entrò. L’odore di umido e di muffa impregnò le loro narici: in un’oscurità quasi completa si apriva una grande sala rotonda, una specie di cripta, decorata con segni esoterici simili a quelli presenti sul portale, ma dipinti sulla pietra con dei segni scuri che nel buio si intravedevano appena. Al centro della stanza un semplice altare rettangolare, senza ornamenti, e su di esso qualcosa, una carta dei tarocchi con la faccia rivolta verso il basso. Gala stava per avvicinarsi quando sentirono provenire dalla scalinata urla e rumore di passi.

«Lascia stare la carta, dobbiamo scappare!» Aron ebbe la prontezza di sollevare di peso Gala e di infilarla in un piccolo cunicolo nascosto nel buio, prima che lei potesse ribellarsi. Ebbe appena il tempo di recitare un incantesimo per mimetizzare l’apertura del loro nascondiglio che, in pochi secondi, la stanza fu illuminata a giorno dalle fiaccole di quindici negromanti inferociti, che annusavano l’aria come fossero animali alla ricerca delle loro prede.

 

Illustrzione di Vania Zouravliov

 
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