Forconi e forchette

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Ve lo ricordate il finale di Frankenstein? Con il popolo che lo insegue armato di badili e forconi? Ecco, a me la parola forcone fa venire in mente quella scena in bianco e nero, vista da ragazzina sperando inutilmente che il povero mostro riuscisse a salvarsi dall’idiozia della massa.

La scena di questi giorni non è differente. Solo che il mostro è l’Italia, fatta di pezzetti divisi e ricuciti insieme, con i chiodi nel cervello e l’unico desiderio di essere viva. I forconi stessi sono parte di lei, sono figli cuciti al suo cuore sanguinante, sono le sue braccia e le sue mani ferite. E anche chi li odia, anche chi non ne sopporta neppure la vista, anche loro le appartengono, sono le sue gambe, la sua schiena piegata e stanca.

Eppure non vorrei essere nata in nessun altro paese al mondo.

Eppure… eppure il gattopardo non è ancora stanco di tenerci sotto le sue grinfie e, nonostante siano passati secoli di storia, corrompe chi lo fissa troppo a lungo negli occhi offrendogli forchette al posto di forconi. Forchette con cui banchettare sul corpo offeso della nostra terra, oltraggiandone la bellezza, umiliandone l’anima. E così via, in una schermaglia infinita di forchette e forconi dove tutti teniamo in mano entrambi, alternativamente.

Tutto cambia, nulla cambia. Siamo divisi persino nel lamento. Siamo ancora figli dei Comuni in guerra tra loro, e anche quando siamo tutti arrabbiati finiamo per azzannarci tra di noi.

Silenzio! Almeno per un minuto. Nelle menti prima ancora che sulle labbra.

La rivoluzione che sogno è un’onda lenta e calma, silenziosa e dignitosa come un grande coro muto. Solenne come una messa e proprio per questo tanto forte da non poter essere ignorata.

Un’onda a cui tutti abbiano voglia di unirsi, calpestando le bandiere meschine dei partiti, delle squadre, delle regioni e persino delle classi sociali. Un’onda che inizi con un grande mucchio al centro di una piazza, un mucchio argentato e tintinnante, che diventi sempre più alto, come una montagna. Dove ognuno vada in pellegrinaggio, nessuno escluso, e depositi la sua forchetta, senza stare a guardare quante ne tenevano in mano gli altri, e posi anche il suo forcone, con un po’ di quella pietas che avevano inventato i nostri antenati.

Forse, mollati forchetta e forcone, ognuno riavrà indietro la sua anima.

Una rivoluzione. Di educazione e di rispetto, da dare e pretendere. Per ripulire il volto sporco della povera Italia, per curarne i graffi e vedere di nuovo quanto sa essere bella, umile e forte.

Tutti, in silenzio, prima dentro che fuori.

 E.

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