Halloween nel 1907 (o giù di lì…)

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Halloween non è una tradizione italiana, è vero, e quando sento i bambini dire “dolcetto o scherzetto” mi fa sempre l’effetto un po’ pacchiano di trovarmi in un telefilm americano. Halloween non è nemmeno una tradizione cristiana, perché affonda le sue radici in credenze pagane, ma mi fanno ridere i gruppetti di catto-indignati che protestano contro zucche e streghe, s’indignassero per cose più serie sarebbe meglio…

Premettendo che sono una indefessa festaiola e che, nella mia carriera di zuzzurellona, il 31 ottobre mi ha vista camuffata da Ofelia, da spettro in camicia da notte, da diavolita, da fata, da gatto nero e innumerevoli volte da fattucchiera…

Per me Halloween, all the saints, Tutti i Santi è il momento dell’anno che più mi fa pensare a mia nonna. Ai pomeriggi d’autunno e alle castagne, ai tramonti visti dal terrazzo sul mare e a lei, che scendeva di sotto per raccontarmi le storie che raccontavano a lei quando era bambina.

Immagino ancora un fienile, in mezzo alla pianura nebbiosa, immagino la luce calda e le risate dei bambini che chiedevano fiabe e bevevano la loro magia. Bambini nati all’inizio del ‘900, come mia nonna che era del 1907. Bambini che erano uguali a me bambina, e uguali alla bimba che in questo istante siede sulle mie ginocchia. Bambini che percepivano nelle ombre lunghe e scure dell’autunno, la vicinanza con un mondo più vago e meno reale, che percepivano i sussurri degli spiriti della natura, come li percepivano i nostri antenati, e sapevano, con la certezza dell’istinto, che aldilà dei confini di tutto ciò che è nitido e concreto, esiste un mondo sfumato, dove ci sono diavoli che camminano per strada per confondere i viandanti e stregoni capaci di trasformarsi in gatti neri, folletti che annodano i capelli la notte e fate che danzano nei boschi. Lo stesso mondo dai labili confini dove i vivi e i morti tornano a sfiorarsi, nel sortilegio del ricordo.

Questo è Halloween, almeno per me. È mia nonna che cambia la sua voce per farmi paura e trascinarmi nei suoi racconti. Sono i fiori, nel bagagliaio della macchina per andare a trovare i nostri morti, ma anche le notti con gli amici, ballando in mezzo a loro fingendo di essere creature del sogno. Sono due giorni sospesi, il piccolo anno lo chiamavano i celti, due giorni rubati alla vita, per dedicarli agli spiriti della notte, del ricordo e del tempo passato. Due giorni per onorare il canto di quel crepuscolo che la frenesia quotidiana non ci permette di ascoltare.

Così… i bambini italiani e cattolici del 1907 non dicevano dolcetto e scherzetto, ma conoscevano la potenza della fantasia e delle forze del buio, le temevano e le celebravano, io lo faccio ora e la mia bimba lo farà domani. Il modo non è così importante.

Che le streghe continuino a volare alte nel cielo, che i boschi facciano paura, e che la notte porti a ognuno di noi sogni dove incontrare creature fantastiche e sfiorare ancora una volta coloro che abbiamo amato e non ci sono più.

E.

 

 

Illustrazione di Alexander Jansson

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