Il labirinto

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“Per entrare nel labirinto devi lasciare che il labirinto entri nella tua mente! Non è difficile, si trova già lì…”

 

(Kundo, La Viaggiatrice di O – 2 – Nel labirinto)

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Dov’è il vero labirinto?

Sotto i nostri piedi, nel marmo e nella pietra, nella penombra delle antiche mura di Notre Dame di Chartres oppure nella nostra mente?

Dov’è il labirinto, dentro o fuori?

Da migliaia di anni il labirinto si rincorre attraverso l’immaginario di ogni civiltà e religione: è il simbolo di chi cerca la strada della conoscenza, accettando il rischio di perdersi e anche quello di incontrare il Minotauro, il mostro che si nasconde dentro ognuno di noi.

I pellegrini che giungevano alla grande cattedrale lo percorrevano in ginocchio, meandro dopo meandro, pregando, perché al centro del labirinto era (ed è ancora…) custodito un fiore d’oro, fatto di verità e consapevolezza.

Se per sconfiggere il Minotauro ci vuole il coraggio di Teseo, per uscire dal labirinto ci vuole il gomitolo di Arianna, ma attenzione perché Arianna è anche Aracne, il ragno e la tessitrice. I loro nomi si richiamano per assonanza e il labirinto è allo stesso tempo una ragnatela, che può intrappolare per sempre chiunque non possieda un filo da seguire, tessuto di fede e amore.

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Il rito e la scelta

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Il rito della buona notte. Il rito del caffè. Il rito del sabato sera. Oppure quello dei festeggiamenti: il Natale, il compleanno, la Pasqua, Halloween . Il rito religioso, quello civile…
L’etimologia dice che la parola rito ha origine dal greco e significa numero, misura, ordine stabilito dagli dei. Un ordine che era anche un dono, perché i riti servivano ad aiutare gli esseri umani, ad accompagnarli e sostenerli.
Fin da quando nasce un bambino impariamo l’importanza di dargli delle regole, delle abitudini, che si travestono da piccoli riti. E impariamo che le abitudini rassicurano, cacciano la paura, aiutano a crescere.
Un tempo tutta la vita degli esseri umani era scandita dai riti, avvolti dalla sacralità. E questi riti imbrigliavano e sostenevano allo stesso tempo. Le feste erano un modo gioioso di percorrere le difficoltà della vita e superarle: il battesimo sanciva l’ingresso di un nuovo essere vivente in una comunità, il matrimonio onorava l’impegno e la fatica di una vita di condivisione, i funerali celebravano un addio.
Oggi poco è rimasto dei riti. Quando siamo fortunati restano i loro involucri esteriori e va bene, perché anche così il rito riesce a sortire i suoi effetti. Non serve essere credenti per percepire l’effetto del Natale o della Pasqua, il loro potere atavico sulla psiche umana anche se indebolito riesce ancora a toccarne le corde. Ma nella maggioranza dei casi dal rito si scappa, si fugge, ci si libera. Perché il rito spinge inesorabilmente a crescere, a impegnarsi, a soffrire. Stringe la pelle con nodi dolorosi. La segna con le lame affilate della tribù Yoruba che scarnificano la carne e lasciano cicatrici a ricordarci la forza e il coraggio. Perché ogni rito è un rito di passaggio, d’iniziazione, e ogni inizio prevede una fine, una rinuncia. E noi non sappiamo più rinunciare. Rinunciare all’infanzia, poi all’adolescenza, alla giovinezza, alle sue infinite possibilità. Non sappiamo più scegliere, perché siamo soli, senza il rito che ci sostenga. È un circolo vizioso: abbiamo paura delle prove che ci mette davanti il rito, ma senza prove da superare non ci può essere evoluzione. Non ci trasformeremo in re e regine, ma resteremo larve disperate; nessun finale per la fiaba, tanto meno un lieto fine.
Non priviamo i nostri figli delle difficoltà, degli esami, delle conquiste e delle sconfitte. Diamo loro dei limiti da superare e altri da rispettare. E festeggiamo insieme le vittorie, ma soprattutto gli inizi delle loro battaglie. Perché così saremo testimoni del loro impegno e il nostro sguardo su di loro li aiuterà a mantenersi dritti e il loro manterrà dritti noi. Diamo valore alle promesse, alle scelte, alla rinuncia.
Festeggiamo ciò che vinciamo perdendo tutto il resto.
Ricordati di santificare le feste.
Dimentichiamo per qualche istante il nostro scetticismo, chiudiamo in libreria l’enciclopedia e Diderot e ricordiamoci di scandire il tempo in danze, lacrime, risate e attesa. Sospendiamo il giudizio, e lasciamo brillare le vesti dorate degli angeli senza strappar loro le ali. Ci staranno accanto mentre rincorriamo il tempo nel suo girotondo, ci daranno il ritmo per non inciampare, per assorbirne meglio il senso e il sapore.
Ricordiamoci di salutare e andare avanti. Senza rimpianti, perché la vita è questa.

Esoterismo ed essoterismo

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Chartres

Esoterismo ed essoterismo

Vorrei usare un poco della conoscenza che ho accumulato durante questi anni di studi e di approfondimenti di arte, simbologia e religione per cercare di fare luce sulla grande confusione e sulle superstizioni che ancora oggi impregnano il mondo. Se è vero che il sonno della ragione genera mostri, è altrettanto vero che l’ignoranza li nutre e li incattivisce.
Dunque, iniziamo dall’inizio…

La parola religione ha tre possibili etimologie che ne esprimono ognuna un carattere fondamentale: dal latino relegĕrescegliere ed in senso lato, cercare, guardare con attenzione, avere riguardo, avere cura. Dal latino religāre =  unire insieme, legare. E infine dal latino religĕrescegliere.
Durante il Medioevo non si cercavano etimologie strettamente filologiche e si tendeva a scegliere quella che conteneva il significato simbolico più profondo e più adatto a ciò che si voleva dire.
Per questa ragione i mistici scelsero la seconda etimologia, quella che intende la religione come qualcosa che ha come fine ultimo unire, legare. E ciò che intende legare è il mondo terreno e quello celeste, il visibile e l’invisibile, lo spirito e il corpo.
Anche io dovendo scegliere un significato prediligo questo e, pensando a questa parola, nel mio modo di ragionare che spesso procede per immagini e metafore, davanti a me appare una corda d’oro che mi lega al Cielo, al mistero della vita, e che mi spinge ad arrampicarmi, e seguire un percorso di ricerca.

Detto questo, mi sembra chiaro che una religione che mi deve guidare verso lo spirito dovrebbe avere poco a che fare con il mondo materiale e la sua morale quotidiana e terrena. Dovrebbe invece essere tutta dedita alla ricerca, al pensiero, alla sfera celeste.
Mi spiego meglio: che Dio si preoccupi della vita sessuale o civile degli esseri umani sarebbe divertente, se non fosse quasi una bestemmia. Persino pensando alle divinità classiche mi risulta difficile credere che gli antichi greci interpretassero in modo letterale le disavventure amorose delle proprie divinità.
Il contesto umano, sociale, è un puro “accidente”, mutevole e poco rilevante. La morale delle diverse religioni nasce in situazioni storiche ben determinate e si adatta a quelle esigenze, proponendo modelli che portino a un benessere collettivo. Alcuni precetti sono assolutamente relativi e caducei, altri invece derivano da un buon senso atavico e profondo che riesce a mantenersi valido nei secoli.
Il problema è che tutto questo non conta. O, meglio, non conta molto.

Chi ancora va in chiesa la domenica si trova ad ascoltare sermoni moralistici, dedicati al corretto modo di comportarsi per essere bravi cristiani, ispirati alla bontà e alla carità, a una fede da vivere tutta in questo mondo. Nulla di male, ma ecco che il significato di religare cambia ancora, e la religione diventa un potente mezzo di unione di una comunità, che finisce per avere gli stessi valori. Un mezzo di unione e di potere, lo dico senza alcun tipo di giudizio critico, poiché  alla sopravvivenza di un qualsiasi popolo occorrono valori, legami, riti. E anche fede.
Però, lo ripeto, tutto questo conta poco. Perché la morale cambia di continuo, procede lentamente come la deriva dei continenti, impercettibile, ma inarrestabile.
E questo è solo un volto della religione, quello che viene chiamato essoterismo.
In tutte le religioni, infatti, esistono due tipi di dottrine, che convivono e si avvinghiano l’una all’altra formando un tutt’uno: il sapere essoterico (dal suffisso greco ex, esterno, ovvero accessibile a tutti) e quello esoterico (dal suffisso greco es, interno, nascosto, riservato).
Entrambe queste forme religiose hanno la loro funzione e sono vitali per la reciproca esistenza.
Se dovessi usare una similitudine potrei dire che l’essoterismo è il corpo, mentre l’esoterismo è l’anima di una religione.
Oggi una parte del pensiero comune è abituata a pensare all’esoterismo come a qualcosa di oscuro, di vagamente demoniaco, di perverso e pericoloso.
Un’altra parte lo ha trasformato in una parodia superficiale e stupida, abbeverandosi di vaghe teorie New Age. Non so cosa sia peggio, non esiste nulla di più distorto.
L’esoterismo è quella parte di rivelazione nascosta (definizione che costituisce un vero e proprio ossimoro), è la strada difficile ed eroica, quella dove il fedele non si limita ad attendere Dio , ma lo chiama, lo va a cercare.
L’esoterismo è la via che prevede il lavoro dell’uomo su se stesso, la sua lenta e faticosa trasformazione da piombo a oro, interpretando a una a una le metafore del microcosmo (il nostro mondo) per scoprire i segreti del macrocosmo (il mondo di Dio).
Non sono io che lo dico e nemmeno i maghi, gli occultisti, i saltimbanchi dello spirito. A dirlo sono le immagini scolpite nelle chiese, quelle dipinte nei codici miniati delle bibbie e dei libri d’ore, e i testi illuminati del Cantico dei Cantici, dell’Apocalisse o di santi come San Bernardo.
La religione essoterica si affida a un Dio che non comprende e non gli fa domande, celebra i suoi riti per scandire la vita. La religione essoterica cerca di raggiungere Dio, di comprenderlo o almeno intuirlo.
L’ebraismo ha la cabala.
I mussulmani hanno il sufismo.
Le religioni orientali hanno il taoismo e lo yoga.
Il Cristianesimo tramandò le sue conoscenze esoteriche attraverso l’Ordine dei cavalieri del Tempio, attraverso i costruttori delle grandi cattedrali, attraverso i Fedeli d’Amore di cui faceva parte Dante, attraverso gli Gnostici (perseguitati e uccisi), ma soprattutto attraverso le esperienze dei grandi mistici e delle grandi mistiche, che ricercavano l’unione con Dio durante la loro vita terrena, e la perseguivano con l’esperienza della vita monastica, dello studio e della preghiera.
Qualcosa del pensiero esoterico cristiano si travasò nel simbolismo dell’alchimia e sopravvisse così all’oblio, ma viene di continuo schernito, denigrato o male interpretato, con letture risibili fatte in chiave letterale.
Di tutto questo rimane poco o niente: nulla dei templari, nulla dei segreti degli scalpellini, poco del misticismo, che è divenuta una via quasi impossibile nel mondo contemporaneo. I monaci, di clausura oppure no, sono sempre meno, e la voce silenziosa della loro preghiera diviene sempre più flebile.
In compenso ci sono un bel po’ di preti sorridenti, spesso provenienti da altre culture e da altre religioni, che popolano le messe, suonano la chitarra, giocano a calcio nel campetto dell’oratorio.
Davvero dovrei credere che siano in grado di “religarmi” a Dio? Io non ci riesco, e buona parte della popolazione cristiana ha la mia stessa reazione.
Le chiese si svuotano.
Il senso si è perso, sono rimaste le parole, come gusci vuoti, che a volte sono gabbie, altre sassi da scagliare.
È evidente a tutti che il Cristianesimo e la Chiesa cattolica, vivono un grande declino.
I fedeli diminuiscono e quelli che restano lo sono solo in superficie, e si ribellano alla maggioranza degli assurdi dettami che appartengono alla morale di un tempo che non esiste più.
Così i riti vengono abbandonati, sviliti, e l’essere umano resta solo e fragile.
Le nuove chiese somigliano a mostruosi capannoni industriali, dove la bruttezza uccide anche quel poco di spiritualità che resta  viva negli antichi testi.
Perché il corpo, senza la sua anima, muore e la religione essoterica, senza il suo cuore profondo ed esoterico, si spegne insieme alle candele davanti all’altare.
La gente ha dentro di sé un’intelligenza profonda, un istinto che la guida verso il mistero anche quando non ha idea di cosa sia davvero il Mistero, anche quando è quotidianamente sommersa da idiozie come gli ultimi modelli di cellulari o i risultati del campionato.
Parlate a un ragazzino del Graal, parlategli della ricerca, e vedrete come i suoi occhi si illumineranno, e scorgerete come nei lineamenti del suo viso apparirà un giovane cavaliere ardente. Portatelo in una cattedrale, mostrategli i mostri e le sirene che la popolano, fatelo camminare sotto le arcate, dentro l’armonia della matematica fatta pietra capace di risuonare con l’universo. Mostrategli le vetrate, i giochi di luce che seguono il corso del sole, che seguono le stagioni, che svelano il significato delle costellazioni.
Non abbiate paura dei gatti neri, andate oltre la superstizione, capitene i segreti.
Ascoltate la voce dei simboli eterni, la voce di Dio.
Solo così la nostra religione ritroverà il suo fascino, solo così avrà senso.
Se fossi nata nel Medioevo sarei stata considerata eretica? Bruciata come strega?
No, sarei stata uno degli artisti che pazientemente trasformavano la voce di Dio in pietra e immagini, avrei disseminato conoscenza sotto forma di simboli, lasciando che la loro forza parlasse alle anime e all’inconscio della gente con più potenza di qualsiasi sermone.

Di tanto sapere esoterico cristiano ormai perduto, forse solo questo ci rimane: il potere del simbolo. Ed è per questo che quando entriamo in una chiesa, soprattutto gotica o romanica, oppure quando siamo davanti a un grande capolavoro dell’arte, percepiamo ancora forte l’afflato dello spirito, e finalmente la presenza di Dio.

SOS

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L’idea platonica del maestro

Questo è un SOS, un messaggio in bottiglia affidato alla marea di fb.
Le maestre di mia figlia si sono ridotte a decidere di pagare il proprio biglietto per accompagnare i bambini a teatro. Per evitare polemiche, suppongo.
Nella mia scuola uno studente (tra i più bravi e collaborativi) ha chiesto indignato a una mia collega perché non si pagasse lei la quota della gita scolastica, ma dovessero dividerla i ragazzi.
Gli alunni non donano più nulla ai loro insegnanti, né un fiore, né un libro, né un biglietto d’auguri. Spesso a fine anno non li invitano nemmeno a festeggiare mangiando una pizza e quando lo fanno magari non gliela offrono.
Ci sono le eccezioni, lo so, per fortuna…
Tutti vogliono dire la loro: sui compiti, i riassunti, la mensa, i panini, le parole, le pagine, i metodi, le ore, il troppo e il troppo poco.
La scuola è prona, serva di ogni richiesta, pur di non incorrere nelle proteste dai genitori, a costo di andare contro la didattica, contro i principi che si dovrebbero insegnare, contro gli studenti stessi. La scuola è schiacciata da politici incompetenti, umiliata, inchinata alla prepotenza imperante.
È questo che volete? Davvero?
Fosse una questione personale non me la prenderei tanto. O magari me la prenderei, ma non qui, non così. Ma la questione è molto più grande.
Quando entro in classe, ma ormai anche quando ne sono fuori, io indosso un abito, una divisa invisibile, quasi una veste sacerdotale. Con quella veste non sono soltanto io che parlo ai miei ragazzi. Sono io insieme all’idea platonica di insegnante in cui mi avvolgo, cercando di esserne all’altezza. Metto in gioco tutta me stessa, la mia forza, le mie insicurezze. Cerco di farlo con sincerità e con un po’ di istrionismo. Cerco di farlo migliorando, onorando la veste, preservandone la dignità. E anche i miei colleghi lo fanno, consapevolmente o meno. Qualcuno non ci riesce, lo so, e non ci riesce probabilmente perché quella veste non ha mai avuto la sua misura, non è mai stata fatta per lui e qualcun altro che aveva la responsabilità di non consegnargliela ha lavorato con una leggerezza impunita. Ma questo è un altro discorso.
Quella veste io la amo. Mi commuove.
La amo vestita dal professore dell’Attimo fuggente, ma anche dal meraviglioso Yoda, la amo quando la vedo sfolgorare indosso al mio compagno e quando la ricordo portata con eleganza dalle mie maestre e dai professori che mi hanno insegnato a sognare.
Come ogni studente ho criticato, apprezzato, deriso, frainteso, preso in giro, sopportato e non sopportato tutti i miei insegnanti, validi o meno. Come collega faccio ancora la stessa cosa. Ma come cittadina, come persona prima di tutto, ho rispetto di quell’abito, e soffro a vedere come sia insultato anche da chi dovrebbe difenderlo.
Ho rispetto di ciò che significa e di tutta la retorica che si porta dietro, perché non è retorica ma è cuore, cervello, sangue, coraggio e pazienza. Fatica e gioia di una vita intera passata a cercare di accendere fiammelle mentre infuria la tempesta. Questa è l’idea platonica del maestro, che va onorata, al di là dei casi personali e del fallimento umano.
E allora vi prego, famiglie, genitori, madri e padri, aiutateci a difendere non il nostro piccolo nome, non la nostra immagine personale, ma quella del Maestro. Non sporcate la Sua veste, e se noi stessi la macchiamo aiutateci a pulirla.
Perché i vostri figli impareranno meglio, ve lo giuro.
Regalateci un fiore l’ultimo giorno di scuola, offriteci una pizza alla fine dell’anno, scriveteci un biglietto a Natale e mettetelo sulla cattedra. Insegnerete ai vostri figli la gratitudine e il rispetto.
In un tempo lontano si portava la mela al maestro il primo giorno di scuola (e non ditemi che erano migliori gli insegnanti  di allora che picchiavano, offendevano, non ascoltavano), perché la mela non era per loro, la mela era per la loro veste…
Ora è tutto dovuto, scontato, strappato dalle mani. Questo è ciò che volete che imparino i vostri figli?
La nostra veste è lacera. Abbiamo bisogno di voi.
In un tempo lontano si mettevano da parte i soldi per comprare i libri di scuola. E ad averli poi tra le mani, quei libri da foderare, da rispettare, erano un simbolo di conoscenza, qualcosa per cui valeva la pena rinunciare a qualcos’altro. Ora ci si infuria perché bisogna acquistare i libri e non si possono dirottare i risparmi su un vestito o su un cellulare.
Io vi prego invece: scegliete i libri! Scegliete la conoscenza. Scegliete la scuola.
Andate contro corrente!
Mostrerete ai vostri figli che la conoscenza ha un valore (anche economico, sì) e loro impareranno che costa fatica e impegno, il loro e il vostro, e la rispetteranno di più.

Perché questo è un SOS per il Maestro, certo, ma è anche e sempre, sopra ogni cosa, un SOS per i suoi Allievi.

Un regalo di non compleanno!

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non compleanno

Ieri è stato il mio compleanno e quello di Gala (a dire il vero è stato anche il compleanno di Joanne Rowling e quello di Harry Potter che un giorno o l’altro sarò costretta a denunciare per furto di genetliaco anticipato!)

Comunque… per festeggiare l’evento, l’ebook de La viaggiatrice di O. Nel labirinto sarà scaricabile gratis su Amazon fino al 2 agosto!

ecco il link:

https://www.amazon.it/viaggiatrice-Nel-labirinto-Elena-Cabiati-ebook/dp/B01CAQ9I72/ref=sr_1_2?ie=UTF8&qid=1470044017&sr=8-2&keywords=elena+cabiati

E oggi… un buon non compleanno a me!

E.C.

Melusina

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sirena bicaudata (1)

“Chi sei? Tu non sei Melusina.”
“Io sono anche Melusina.”
La luna in cielo sembrava immensa, le onde del mare si erano increspate divenendo tutt’uno con le pieghe della veste nera della fata, ogni cosa era avvolta dal vento e dall’energia che sembrava sprigionarsi da Melusina.
Gala aveva paura, una paura profonda e antica, che derivava dalla consapevolezza di essere una minuscola pagliuzza persa nell’universo, mentre colei che le stava di fronte era più grande dell’universo stesso.
“Ti fidi di me?” disse con una voce che non era più quella di Melusina e non era neppure una voce.
“Sì,” rispose Gala cadendo in ginocchio.
“Quando sarai vuota potrai contenermi! Fino ad ora hai conosciuto solo la tua magia… che è piccola, come tu sei. Ora imparerai la mia, che è più grande di tutto ciò che esiste! Lascia che la mia magia ti attraversi. Io sono la coppa e il vaso, tu sei la coppa e il vaso…”

“La viaggiatrice di O. Nel labirinto” Edizioni Watson, giugno 2016

Melusina è la fata, la sirena: metà donna, metà serpente, pesce, drago.
Melusina è ossessione ricorrente dell’uomo medievale, che la scolpisce sulle chiese, la dipinge nei codici miniati, la racconta nell’epica cavalleresca. La desidera e la teme. La canta nei poemi d’amore e la brucia sul rogo della sua paura. Ne subisce il fascino, ipnotizzato dalla sua immagine di sirena bicaudata, che sembra esibire il proprio sesso senza vergogna, mostrandone la forza e il potere.
Melusina, simbolo del femminile, divorante e creativo, da cui tutto nasce e in cui tutto muore, in un abbraccio eterno.
Melusina è l’inconscio, da rispettare e trattare con cautela, ricco di doni e di pericoli fatali. Nella leggenda che parla del suo amore per un cavaliere si narra che lei lo sposò chiedendogli però di non guardarla mai in certi momenti, quelli in cui sapeva che avrebbe assunto il suo aspetto mostruoso e al contempo soprannaturale. Naturalmente lui non rispetta la promessa e lei lo abbandona, insieme alla gloria e alla fortuna.
Melusina che regna in mezzo ai suoi simboli: la Notte, la Terra, la Luna, il Mare (che in francese è chiamato più propriamente al femminile: la Mer, termine che ha un’inevitabile assonanza con Mère, la Madre).
Melusina è un archetipo del femminile, il nome di uno dei suoi mille volti di madre, figlia, vergine, signora, strega, femmina e donna; il suo potere è il potere della coppa, dove tutto viene accolto e si trasforma, gli opposti si fondono e generano vita e morte, indifferenti all’apparenza, ricordando l’antico segreto per cui Tutto è sempre e soltanto Uno.

Il mito di Aci (Axis) e Galatea

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Axis è il dio del Torrente, il Signore di Tir nan Og, la Terra sotto l’Onda, il regno vago delle fate. Axis è ambiguo e attraente, malinconico e immortale.

Un legame antichissimo lega Axis e Galatea, un legame che nemmeno lei può immaginare e che forse Aron non potrà mai spezzare.
Il mito racconta che Galatea era una delle cinquanta ninfe del mare e che era innamorata di un bellissimo giovane di nome Aci (o Axis?). Il ciclope Polifemo, consumato dalla gelosia, uccise il ragazzo, ma la ninfa, disperata, per salvarlo trasformò il sangue del suo innamorato in un torrente e lui stesso divenne una divinità fluviale…
Come poteva la nostra Gala non prendersi una cotta per lui?
Io personalmente l’ho sognato più volte, e in alcuni dei miei sogni somigliava a questo bellissimo disegno…

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L’illustrazione è di Kagalin

 

IL TORRENTE

Il bosco era completamente spoglio: un intrico di rami secchi, coperti di ghiaccio.
Per terra, lungo il sentiero che saliva verso la cima, c’erano chiazze di neve indurita sulla quale spiccavano qui e là le impronte di qualche animale.
Il sole era pallido, ma i suoi raggi facevano brillare le infinite gocce della cascata come cristalli in mezzo alle pietre e ai blocchi di ghiaccio modellati dall’acqua.
Una minuscola fata stava volando lungo il torrente, era affaticata e riusciva a stento a tenersi sollevata a pelo dell’acqua. Quando raggiunse la cascata pensò per un attimo che sarebbe stata risucchiata dalla sua potenza: il fragore che la circondava la stordiva e la inebriava al contempo. Era tornata a casa, forse sarebbe morta, ma sarebbe morta tra le braccia del suo sovrano.
Cadde, travolta dal flusso gelido dell’acqua e il suo piccolo corpo etereo perse la capacità di sentire, anestetizzato dal freddo, la sua mente si spense con l’immagine di un turbine azzurro che la circondava, che l’abbracciava, entrava dentro di lei, le riempiva occhi, bocca, polmoni, poi più nulla.
“Axis, mio signore… perdonami.”
La piccola fata non esisteva più e la sua voce non era altro che una lieve vibrazione elettrica nel creato, un pensiero disperso nel vento. No, non era disperso, qualcuno lo teneva delicatamente tra le mani e lo ascoltava sussurrare nella sua mente.
“Perché chiedi il mio perdono?”
Era un ragazzo, bellissimo e quasi nudo. Sedeva su una roccia, le gambe immerse fino alle ginocchia nella schiuma fredda del torrente, la pelle candida e sottile, trasparente quasi quanto il velo della cascata che scorreva alle sue spalle.
“Non sono morta?”
Il ragazzo sorrise, i suoi capelli erano lisci e sottili, biondi nella luce diafana del sole e i suoi occhi erano parte del ruscello stesso.
“Sei a casa.”
“Non ti vedo, Signore.”
“Le gocce d’acqua non possiedono occhi.”
“Ho trovato la strega! Galatea sta giungendo da te.”
“Finalmente, Galatea… è un nome che mi ricorda tempi più antichi, più puri…”
“Il mago nero ha chiesto di nuovo di te, vuole il tuo aiuto per catturarla.”
“Lo so, ma non vedo perché io dovrei aver bisogno del suo aiuto.”
“Mi ha detto di risponderti, che lui ti farà risorgere…”
“Io non sono mai morto.”
“Lui dice che è come se lo fossi.”
“Non ha paura di me?”
“È troppo avido per avere paura.”
“E tu, tu hai paura?”
“No mio signore, io sono nata per perdermi dentro di te.”
Il ragazzo aprì le mani e qualcosa di lucente scivolò via, una piccola goccia d’acqua, che cadde in mezzo al flusso del ruscello: l’anima di una fata.

da La viaggiatrice di O – 2 – Nel labirinto, Edizioni Watson

La viaggiatrice di O – 2 – Nel labirinto – Edizioni Watson

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Buon viaggio!

Manca poco più di una settimana e finalmente sarà disponibile La viaggiatrice di O – 2 – Nel labirinto in una bellissima versione cartacea edita da Watson!

Gala, Kundo e Aron saranno inviati a Chartres, durante la seconda guerra mondiale, per salvare le grande cattedrale che rischia di essere distrutta durante i bombardamenti alleati (la realtà è che nessuno si spiega come mai gli ordigni caduti sulla cittadina non abbiano mai colpito Notre Dame, come se uno scudo incantato l’avesse difesa : ).

Aron verrà fatto prigioniero dai nazisti. Gala discenderà nel labirinto disegnato sul pavimento della chiesa e in quello più profondo nascosto dentro di lei.  Affronterà gli orrori reali della guerra e quelli spettrali della Masnada di Hellequin, incontrerà il signore di Tir nan Og e le sue ambigue creature, si innamorerà e soffrirà molto fino a combattere la sua battaglia più  drammatica contro Lux, la sicaria incaricata di sconfiggerla e catturarla, che ha fatto prigioniero Kundo…

Buon viaggio a chi vorrà seguirci!

E.C.

 

 

Tir nan Og

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Tir nan Og, la Terra dell’eterna giovinezza, la Terra sotto l’onda, il solo nome bastava a evocare bellezza e purezza. Il paesaggio a poco a poco mutò, la prateria si sollevò dolcemente in piccole colline tondeggianti. Ora cavalcavano più lentamente, dentro una valle assolata, nell’erba alta punteggiata di giallo dai denti di leone fioriti.

L’elfo estrasse da una tasca una manciata di fiori secchi: “Mangiale, sono primule, rendono visibile l’invisibile…”

Gala ne prese un pizzico tra le dita e le osservò, poi portò la mano alle labbra e le infilò in bocca. Bastarono pochi secondi, la ragazza trasalì: tutto intorno a loro apparve uno sfarfalleggiare di piccole creature, fate seminude dalle lunghe ali iridescenti, folletti verdi e ronzanti che zigzagavano a pochi centimetri dal suo naso per osservarla da vicino, esseri azzurri simili a libellule dalle orecchie lunghe e appuntite, bambine ridenti con ali di farfalla che la salutavano e le gettavano sul capo petali di fiori, esseri minuscoli e luminosi come lucciole.

(da “La viaggiatrice di O – 2 – Nel labirinto”)

 

Illustrazione tratta dal libro “Fate” di Bryan Froud e Alan Lee

La masnada di Hellequin

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“L’esercito immenso dei morti inquieti, dei demoni tremendi, delle peccatrici urlanti e dei cavalieri di fuoco. Il corteo folle e selvaggio che attraversava di notte le campagne travolgendo ogni cosa nella sua caccia senza sosta. Era una leggenda, una storia da raccontare ai bambini nelle sere d’inverno, prima di andare a dormire.”

Da “La viaggiatrice di O – 2 – Nel Labirinto”

Caccia selvaggia

I miti sono mutevoli, si plasmano, si adattano, si nascondono per sopravvivere al tempo, ma dentro, il loro cuore resta e si tramanda, sotto mille volti, dentro le parole delle storie, oppure nelle immagini dipinte o nei fotogrammi di un film.

Nel Medioevo si diffonde la leggenda della Caccia Selvaggia, un corteo macabro di spettri che nel cuore della notte cavalca furiosamente nelle campagne alla ricerca di qualcosa che neppure sa. Colui che guida la Caccia, sul suo gigantesco destriero nero, è Odino, oppure è Artù, Carlo Magno, un dio, un demone, un re, poi, col trascorrere dei secoli bui, il suo nome diventa Hellequin. È Alichino, il demone dell’Inferno di Dante, oppure è Arlecchino la maschera comica e grottesca? Nessuno dei due, o più probabilmente entrambi: Hellequin che cavalca nei campi di battaglia alla ricerca di anime perse, Hellequin figlio del sangue e della guerra, Hellequin con il suo esercito mostruoso, che si aggira nelle terre dall’antica Europa col suo corteo di morte che non trova pace. Oggi come ieri.

 

 Da “La viaggiatrice di O – 2 – Nel labirinto”

(…) La terra iniziò a tremare quasi impercettibilmente, poi sempre più forte. La vibrazione divenne rumore, il rumore fracasso, il fracasso tuono, un tuono senza fine. Dalle siepi accanto a loro saltò fuori un’intera muta di cani, neri, feroci, con le orbite fatte di brace ardente. I muscoli di Aron scattarono involontariamente, Gala lo strinse più forte perché stesse fermo. Erano Shuck Norfolk, i mastini neri degli inferi, i cani del diavolo. Correvano verso di loro sbavando e digrignando i denti.

I cani li raggiunsero, il loro respiro affannato a pochi centimetri da loro, annusarono smaniosi la terra tutto intorno, poi proseguirono la loro corsa furiosa. Ma non era ancora finita, anzi, non era neppure cominciata. L’intera masnada di Hellequin, con i suoi spettri orrendi, guerrieri mutilati, creature dannate, stava per riversarsi su di loro.

Prima fu la polvere che si sollevò densa e che strinse la gola, impedendo la vista ma lasciando presagire. Poi l’orizzonte intero fu riempito da un’enorme schiera di spettri, immersi nel fumo e nel fuoco: era la Caccia selvaggia, la schiera furiosa, la cavalcata dei morti. Davanti a tutti galoppava Hellequin, grande come tre uomini, sul suo cavallo nero, al comando del tetro corteo, le larghe spalle coperte da un mantello rosso, il volto nascosto da una maschera scura, i lunghi capelli bianchi e sottili che volavano nel vento. Dietro di lui veniva la massa feroce e roboante dei guerrieri morti in battaglia, di ogni razza e di ogni paese, con armi ancora sporche di sangue e le bocche spalancate e piene di collera da sfogare. Seguì la fanteria, fatta di spettri lenti e implacabili che si trascinavano dietro catene e dolore, e si muovevano leggeri tra gli alberi e il grano, coprendo ogni cosa di un sottile strato di gelo e di morte. Poi fu il turno della cavalleria.

Gala e Aron sentirono lo scalpiccio violento dei cavalli, gli zoccoli al galoppo che sollevavano terra e fango e che sfioravano i loro corpi mentre li oltrepassavano saltandoli e sputando fuoco. Nel frastuono si udivano urla di guerra e imprecazioni, ovunque odore di putrefazione e di carne bruciata. Finché tutto fu coperto dall’incenso, mentre passava un gruppo di monaci e di preti demoniaci, guidati da vescovi e abati, salmodiando inni sacrileghi e mandando lamenti.

In alto, nel cielo stellato sopra le loro teste, Gala riusciva appena a distinguere il canto rauco e disperato del corvo che volava in cerchio senza pace.

Alla fine vennero i mostri: creature deformi e grufolanti, né uomini né animali, grandi come orsi, stupidi come ammassi di creta inerme, crudeli come esseri umani, fatti solo per cacciare, trovare, dilaniare.

L’intera bolgia invase la pianura come un’onda nera, e come un’onda esaurì la sua forza e restò lì, immobile e stagnante, attorno a una preda che percepiva, ma che non riusciva a stanare. (…)